Di cosa parliamo quando parliamo di mecenatismo

By Emilia Campagna - October 3, 2015
Una riflessione sul termine, mai così di moda, di "mecenate"

Il mecenatismo? Non è mai andato così di moda. Fioriscono gli appelli a “diventare mecenate”: è questo lo slogan lanciato dal Ministero per i Beni Artistici in Italia in occasione del varo dell’Art Bonus, e il termine ritorna frequentemente in campagne di crowdfunding o addirittura negli inviti ad associarsi. Ma si può diventare veramente “mecenati al costo di un aperitivo“? E il mecenatismo è sempre e solo una questione di soldi?

Alcune delle più recenti iniziative di mecenatismo culturale in Italia meritano una riflessione in tal senso. Come riportato da Dario Di Vico sull’edizione del 3 ottobre del Corriere della Sera “a Bologna si inaugura l’Opificio Golinelli, una cittadella della formazione di 9 mila metri quadri che l’industriale della farmaceutica (e filantropo) Marino Golinelli ha voluto donare alla sua città e alle giovani generazioni con l’intento esplicito di trasmettere lo spirito d’impresa e la cultura del saper fare.” E sempre a Bologna recentemente “Isabella Seragnoli ha creato lo spazio Mast dedicato alla fotografia e alla tecnologia e proprio in questi giorni di ottobre apre la Biennale di fotografia industriale.” Due investimenti dall’impegno economico rilevante, ma in cui i soldi non sono sicuramente tutto, perchè proprio per il loro ampio respiro, e lo sguardo lungo sulla formazione dei giovani, si configurano come progetti in cui le risorse non sono solo monetarie ma anche intellettuali, etiche e di passione civile: “Si tratta di iniziative molto diverse tra loro sia per l’ambito di interesse scelto sia per le motivazioni ma tutte insieme danno il senso di un movimento sviluppatosi in anni caratterizzati da un ciclo recessivo che non è riuscito evidentemente a spegnere slanci e passione civile degli imprenditori più attenti (quelli che una volta sarebbero stati definiti «illuminati)». Esperienze lontane da quelle della sponsorizzazione: se quest’ultima in fin dei conti si traduce in uno scambio, del tutto legittimo, tra sostegno economico e visibilità, il nuovo mecenate è protagonista di un proprio progetto. «Rispetto all’esperienza delle sponsorizzazioni — sintetizza Antonio Calabrò, responsabile del gruppo cultura di Confindustria — le imprese sono andate avanti. Nel pieno rispetto dell’autonomia creativa degli artisti fanno cultura innanzitutto per capire i segni del tempo, poi per rafforzare la propria identità e produrre ulteriore valore. E in questo movimento finiscono per svolgere una funzione pubblica».

Una riflessione in tal senso è quella pubblicata sul Giornale delle Fondazioni a seguito di un un tavolo di lavoro che durante il Forum dell’Arte Contemporanea Italiana ha cercato alcune risposte al tema. “Il mecenate storicamente è colui che ha la capacità di spendere nelle arti, forte di superiorità morale, educazione e conoscenza del bello, che lo rende a pieno titolo uomo “politico”. Cosa rimane di questo impianto? Chi sono i mecenati contemporanei e che ruolo hanno?” La “mappatura” emersa dal Forum disegna alcuni aspetti di come questa pratica si realizzi in un ambto così specifico come quello dell’arte contemporanea: “il mecenate contemporaneo abbraccia con uguale entusiasmo opere immateriali e performative, superando quella forma di mecenatismo che sembrava fare più rima con capitalismo dell’arte. Nel contempo, non sembra avere intenzione di influenzare la libertà dell’artista nel momento in cui l’intervento è inserito in una cornice di senso territoriale o tematica. L’elemento ancora più inedito sembra essere la comparsa – accanto ai “grandi mecenati” – di un’ondata di “mecenatismo diffuso”, potremmo dire di prossimità e senza la disponibilità di capitali ingenti.”

In conclusione, il mecenatismo è politica, nel senso più alto che questo termine può avere. I problemi maggiori però sorgono proprio nell’incontro tra pubblico e privato, nel momento in cui legislazioni e burocrazia non riescono a riconoscere il mecenatismo a meno che questo non si traduca in sostegno economico a determinati patrimoni, in particolare in Italia, in cui la paura dell’imbroglio è sempre dietro l’angolo. Eppure, i soldi non sono tutto e anche il tempo è ricchezza: e accanto al tempo,le idee e la passione: e senza queste ultime, pur con tanti soldi, Mecenate non avrebbe meritato il proprio nome.

Art bonus, è mecenatismo?

By Emilia Campagna - August 27, 2015
A un anno dalla sua emanazione, pregi e limiti dell'Art Bonus, l'incentivo fiscale che chiama a raccolta i "mecenati"

Chi si aspettava un meccanismo “all’americana” è rimasto deluso: l’Art Bonus, il provvedimento varato nel maggio 2014 che consente la detrazione dalle imposte fino al 65% in tre anni per donazioni a sostegno della cultura, a un anno dalla sua nascita mostra i limiti di una concezione burocratica che ha dato finora meno frutti del previsto.

Eppure il sito creato ad hoc annunciava a una “Chiamata alle arti: Mecenati di oggi per l’Italia di domani” invitando calorosamente: “Diventa mecenate anche tu“. E il Ministro Dario Franceschini, rivolgendosi agli imprenditori, aveva tuonato: “Non avete più alibi”. Ma già il 10 novembre 2014 il Sole 24 Ore sulla scorta di una proiezione realizzata da Confcultura titolava “Art bonus, quello sconto piccolo piccolo” e sottolineava come per il momento l’appello non avesse avuto grandi riscontri, “complice la macchinosità dell’agevolazione e il suo scarso appeal soprattutto nei confronti delle aziende: per ottenere uno sconto di 50mila euro, spalmabile in tre anni, occorre avere ricavi per 10 milioni. Lo dimostrano le elaborazioni predisposte da Confcultura, l’associazione degli operatori privati dei beni culturali, che mettono invece in luce una maggiore convenienza per le persone fisiche, il cosiddetto micromecenatismo. Sulla fredda risposta dei mecenati può pesare il fatto che la novità debba ancora essere metabolizzata, così come non aiutano i tempi di magra che il Paese attraversa. A una lettura attenta delle regole dell’art-bonus, però, ci si accorge anche che il meccanismo dell’incentivo è meno seducente di quanto sia stato annunciato, soprattutto per quegli imprenditori chiamati a raccolta da Franceschini.”

Un altro limite del provvedimento, da più parti evidenziato, è di essere indirizzato ai soli beni pubblici, escludendo di fatto i beni e le attività di natura privatistica: iniziative private nella proprietà, eppur sempre di interesse pubblico, in quanto protagoniste attive del panorama culturale. Traducendo, se pensavate di usare l’Art Bonus per sostenere Theresia, siete fuori strada, non si può fare.

In ambito musicale il decreto menziona infatti espressamente le Fondazioni Lirico-sinfoniche e i Conservatori di Musica come enti che possono beneficiare di donazioni nell’ambito dell’Art Bonus, ma dimentica totalmente anche quelle Associazioni musicali, tra cui moltissime orchestre, che per la loro attività, generalmente senza fini di lucro, svolgono un effettivo servizio pubblico. E dal momento che l’Art Bonus si fonda in parte sull’idea del crowdfunding, in molti hanno deplorato il fatto che non lo si potesse estendere alle Associazioni, come altre forme di finanziamento, dai contributi alla scelta del 5 per mille. Lo ha sottolineato Barbara Boganini, Sovrintendente della Camerata Strumentale Città di Prato, sul Giornale delle Fondazioni: “Da un Art Bonus che si apre al crowdfunding volendo anche favorire le piccole donazioni, avremmo atteso come opportuno l’inserimento tra i beneficiari delle Istituzioni e Associazioni musicali che trarrebbero così reale sostegno alle proprie attività, a partire dai territori a cui appartengono.”

Del resto ad un attenta lettura del decreto appare evidente che le arti performative (concerti, teatro, ecc) sono escluse, salvo interventi di restauro e di potenziamento delle attività di Fondazioni lirico-sinfoniche o Conservatori: l’incentivo fiscale riguarda infatti “Interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici, interventi per il sostegno degli istituti e dei luoghi della cultura di appartenenza pubblica e interventi per la realizzazione di nuove strutture, il restauro e il potenziamento di quelle esistenti delle fondazioni lirico-sinfoniche o di enti o istituzioni pubbliche che, senza scopo di lucro, svolgono esclusivamente attività nello spettacolo”.

I risultati, nelle varie città, sono stati tra i più diversi: se a Firenze su sono raggiunti i 18 milioni di euro di donazioni per interventi nel campo artistico e architettonico, a Torino è flop, come riportato a luglio sulla Stampa: tra le istituzioni musicali il Teatro dell’Opera di Roma ambisce a 37 milioni di Euro per “generico sostegno” e ne ha raccolto 500.000; la Fondazione Teatro Comunale di Bologna raccoglie 123.000 Euro sui 3 milioni previsti per il Sostegno alle attività per la Stagione d’Opera Balletto e Sinfonica dell’anno 2015; la Fenice, invece, è ancora ferma al palo. Salutato come positivo perchè rappresenta un primo concreto passo nella costruzione di un rapporto organico tra privati e cultura, l’Art Bonus ha ancora molta strada da fare: e con l’Art Bonus la mentalità generale e il senso civico. E forse bisognerebbe fare un po’ di distinzioni tra crowdfunding (sostenere un’iniziativa donando una certa somma sulla base di un appello per un progetto specifico), e vero mecenatismo (aderire pienamente a un’idea e sostenerla in prima persona, nel tempo).

Enlighted funds

By theresia - August 10, 2015
The Italian music magazine Amadeus dedicates a page to Theresia: music and patronage in the interview with Mario Martinoli by Edoardo Tomaselli

Edoardo Tomaselli

It’s a question of choice. If one has money, he can decide to use it to buy a home, or something else that money makes possible. The most whimsical ones will aim to purchase a Ferrari; otherwise, one can decide to give birth to an orchestra, and actually support it in its path. And all of this in a country like Italy, where private citizens that decide to invest in a patronage project have no fiscal facilitations at all. There is a fundamental element we should not ignore: patronage means making things real, means seeing how a project becomes a concrete reality, capable of growing over time.

For all these reasons Mario Martinoli gave birth, in 2012 in Rovereto, to Theresia Youth Baroque Orchestra. The orchestra is composed of a group of musicians under 30 from all over Europe and it is devoted to Classic repertoire; it has not an unique conductor, it has its own concert season, and organizes a serie of workshop in which musicians are waged. Only thanks to patronage. «The idea behind Theresia is actually the result of different ideas, and it is a crisis time solution… » as Martinoli explains. Mario Martinoli is an harpsichordist and an editor that has been working for years in the TV field. «The crisis didn’t spare even Trentino: despite the undertaking of the local institutions, it has become difficult, if not impossible, to plan cultural activities well in advance. During the last year I’ve seen many activities weaken and get thinner, while everywhere orchestras shut down. It’s the crisis of the public financing system, and of the private citizens world too. I did not care to buy a house, even less a sport car, and I preferred to invest my resources to give life to this orchestra.»

Patronage as the result of a choice, as a value in itself: beside Martinoli, other two private citizens support the project. They are an italian living abroad, who asks to stay anonymous, and the business woman Elena Gaboardi. «Patronage means making oneself available, without a feedback is due. In a project like this, bound to something unsubstantial like music is, one’s support allows the growth of an enterprise as alive as an orchestra can be», Martinoli says. Often the tutors themselves contribute unselfishly committing in the orchestra growing. Among the many names, Chiara Banchini’s one stands out: «In 2011 Chiara had decided to retire: but when she knew about our project she decided to get back in game, and as a conductor too. In the meantime we are programming next steps, till 2017, with many projects: one of them is devoted to Rameau, one other to german composer Joseph Martin Kraus». In 2015 Theresia – whose name is a tribute to Maria Theresa, Archduchess of Austria, who revolutionized the Habsburg Empire on the basis of Enlightnment – has a rich calendar of concerts: in May they performed in Lodi, Rome and L’Aquila (with Claudio Astronio as conductor), on 21st August it will be in Toblach and in 22nd in Bozen (with Chiara Banchini); other concerts are scheduled till the end of November in many italian cities that decided to support the Theresia-project.

Orchestre sinfoniche e pensiero rivoluzionario, un amore impossibile?

By Emilia Campagna - August 4, 2015
Un editoriale pubblicato sul Guardian riflette sul rapporto tra finanziamenti pubblici e portata innovativa dei progetti culturali

Perchè ci aspettiamo che le orchestre sinfoniche sopravvivano all’infinito?” Se lo chiede, molto provocatoriamente, Peter Philips sul numero di agosto di Spectator Magazine: la domanda gli è sorta spontanea in occasione della nomina del nuovo direttore dei Berliner Philarmoniker. La selezione di un successore di Sir simon Rattle è sembrata a Peters “un conclave, nientemeno che l’elezione di un papa. In entrambi i casi l’aspettativa è la stessa: le organizzazioni sono talmente iconiche che devono continuare nel futuro senza se e senza ma.”

Diverso il caso di gruppi più piccoli, anche se affermati da tempo e dunque diventati anche loro “istituzioni”: per molti appare evidente come siano talmente legati al nome del loro leader da non far immaginare un futuro roseo. “Quali sono le prospettive a lungo termine del Monteverdi Choir dopo il ritiro di John Eliot Gardiner? O per l’Academy of Acient Music di Christopher Hogwood? Lo stesso si potrebbe dire dell’English Concert di Trevor Pinnock. E la prognosi sembra ancora peggiore per i cori professionali: cosa è successo al John Allis Choir? E cosa succederà dei Tallis Scholars?”

I piccoli ensemble, riflette Peters, nascono con un progetto forte, che li caratterizza e li rende diversi dagli altri: ci si dimentica, però, che anche quelle che oggi sono grandi e istituzionali orchestre sinfoniche sono nate come progetti speciali, anche se lungo la strada hanno perso gran parte della loro peculiarità in favore di una visione molto più mainstream: “Se si vogliono i finanziamenti pubblici bisogna essere attraenti per i non specialisti, ovvero bisogna abbracciare il pensiero dominante. E per allontanarsene serve grande cautela, o si sarà ritenuti pericolosamente rivoluzionari.” Quando nacquero, nel 1882, i Berliner Philarmoniker erano in realtà un gruppo di una cinquantina di musicisti in rotta con il loro direttore: si trattava Benjamin Bilse, e la goccia che fece traboccare il vaso del malcontento fu l’annuncio che l’orchestra avrebbe viaggiato fino a Varsavia in un treno di quarta classe. Per un po’ di tempo l’orchestra si chiamò “Frühere Bilsesche Kapelle” (alla lettera, “L’ex ensemble di Bilse”) ma presto con il nome di “Filarmonica” si guadagnò anche la rispettabilità di un’orchestra di lungo corso.

Guardando il panorama delle orchestre odierne, Peters considera sconsolato che ai Proms di quest’anno ci sarà pochissima o nessuna differenza tra “l’interpretazione della Seconda Sinfonia di Sibelius eseguita dalla BBC Scottish Symphony Orchestra (15 Agosto) e l’interpretazione della Sesta e Settiman Sinfonia di Sibelius suonata dalla Symphony Orchestra (17 Agosto): per avere un punto di vista sentibilmente diverso sul repertorio consolidato bisogna rivolgersi a un ensemble di formazione relativamente recente, l’Orchestra of the Age of Enlightenment”.

Ma cosa sarà della OAE tra trent’anni? “Sarà ancora lì che sventola la bandiera di interpretazioni rivoluzionarie magari anelando a finanziamenti? O sarà testimone di come idee un tempo revoluzionarie sono state accettate da tutti?”

Secondo Peters il modo di continuare a produrre idee nuove e fare la differenza senza soccombere in tempi brevi c’è: la prima cosa non è però possibile per un’orchestra nata nel 1800 (il tempo ormai ha cristallizzato qualsiasi possibilità di idea sorprendente); per garantirsi la sopravvivenza, inoltre, Peters ironicamente invita a non dare ad un ensemble il proprio nome: è il modo certo perché muoia dopo di noi.

C’è sicuramente una terza via, come siamo convinti noi di Theresia: le grandi istituzioni vivono dei finanziamenti pubblici, e su questo fondano la loro attività, il loro prestigio, ma anche la loro appartenenza alla politica e al pensiero dominante. Il mecenatismo fondato sul disinteresse politico e sulla volontà di contribuire alla vita culturale della propria comunità può invece essere il motore che dà nutrimenti a realtà innovative senza chiedere loro di abbandonare, sul lungo periodo, la loro vocazione.

Il mecenatismo al ‘tempo’ di Theresia

By theresia - July 23, 2015
«Theresia nasce come progetto non semplicemente di finanziamento musicale, bensì come progetto culturale di più ampio respiro, sostenuto da forze economiche eminentemente private, ossia di cittadini, come me, desiderosi di investire in cultura. Se è mecenatismo quello di cui stiamo parlando, è senza dubbio un mecenatismo che punta ad aprire gli spazi e ad offrire un’offerta pulita.»

di Diego Procoli

Un’orchestra sinfonica professionale composta da musicisti sotto i trent’anni di età. Un progetto che l’ha fatta fiorire nel panorama musicale internazionale e che cerca di reinterpretare concetti come mecenatismo e finanziamento alla cultura quali nuovi sentieri di rinascita etica e sociale. Questa è TYBO, la Theresia Youth Baroque Orchestra, compagine formata da giovani professionisti della musica provenienti dalle scuole di musica antica più prestigiose d’Europa, impegnata nella scoperta e nella riscoperta ‘storicamente informata’ del repertorio classico e preclassico, ma anche attenta a proiettare lo sguardo verso l’alba del Romanticismo. Nata nel 2012, anno del suo debutto al Premio Ferrari di Rovereto, dunque quale orchestra residente per il Concorso Internazionale di Fortepiano di casa nella città trentina, la Theresia Youth Baroque Orchestra vive una continua ascesa tanto nella presenza nelle stagioni e nei festival musicali nazionali e internazionali, quanto nel livello esecutivo, che compete fieramente con quello di orchestre meno ‘giovanili’ e più affermate, merito di raffinate proposte artistiche e di lungimiranti scelte musicali e imprenditoriali, foraggiate da un progetto – il Progetto Theresia che all’orchestra dà il nome – fondato e sostenuto dall’imprenditore, editore e musicista trentino Mario Martinoli e da un gruppo di privati cittadini desiderosi di investire le proprie risorse nella musica.
Abbiamo parlato di Theresia proprio con il suo fondatore, Mario Martinoli, per capire meglio come sia nato un progetto come questo, quali prospettive e quali obiettivi abbia e quali sfide ponga all’attuale, e spesso desolante, panorama italiano delle orchestre, giovanili e non, e del finanziamento alla cultura nell’Italia al tempo della crisi.

Come nasce il progetto THERESIA?

Ci sarebbero in verità molti modi per raccontare Theresia. Diciamo che Theresia nasce da una mia esperienza. Io ho sempre finanziato musica, ho cominciato finanziando la mia. Questo mi ha dato la possibilità di accorgermi presto dello stato in cui versava la cultura in Italia, delle difficoltà dell’associazionismo, dei pochi mezzi a disposizione con cui dover fare tanto. A un certo punto mi sono reso conto che bisognava fare un salto di scala, che bisognava trovare delle alternative per il finanziamento della musica. Theresia dunque nasce da qui, come progetto – si badi – non semplicemente di finanziamento musicale, bensì come progetto culturale di più ampio respiro, sostenuto da forze economiche eminentemente private, ossia di cittadini, come me, desiderosi di investire in cultura. L’idea si è dimostrata vincente fino ad ora. Il principio dell’impiego di risorse private implica un investimento in beni ‘immateriali’ che se da un lato si appoggia sul piacere che dalla cultura discende, dall’altro assume i contorni di un vero e proprio impegno sociale. Il finanziamento privato consente infatti di sganciarsi definitivamente dalle pastoie in cui l’erogazione di fondi pubblici imbriglia gli enti musicali e le orchestre. Basterebbe osservare quello che succede in Italia con i festival, le stagioni, le società dei concerti o, per restare in tema, con le orchestre giovanili, legate a doppio filo a progetti culturali non strutturati, pendenti da finanziamenti che arrivano troppo tardi o troppo vincolate a figure di spicco che decretano il percorso vitale di queste formazioni che dovrebbero invece porre al centro, come attori principali, proprio i ragazzi. Questo è stato da subito l’obiettivo di Theresia: far cultura senza nessun doppio fine; spendere per creare un mondo culturale migliore.

È appropriato parlare in questo caso di neo-mecenatismo?

Sì, se per mecenatismo però si intende un gesto che si sottrae al debito politico. Theresia è un progetto molto libero in verità, al centro c’è solo la musica. In Italia ‘mecenatismo’ è una parola scomoda, che fa storcere il naso. Ma qui non ci sono agende nascoste che vanno alla fine a indirizzare o persino a ostacolare il progetto artistico. I ragazzi hanno bisogno di trovare spazi in un’età che è così delicata per la loro professione. Se è mecenatismo quello di cui stiamo parlando, è senza dubbio un mecenatismo che punta ad aprire gli spazi e ad offrire un’offerta pulita.

Che rapporto ha la TYBO con il territorio e le amministrazioni? Avete avuto sostegno per il progetto?

Il territorio non ci ha aiutato particolarmente. Theresia è stata vista spesso purtroppo come un entità pericolosa, come una persona non grata, sostenuta da un progetto che va a minare equilibri consolidati basati sui finanziamenti pubblici. Forse è un caso, o forse no, che in questa stagione non abbiamo nessun concerto in Trentino fra i molti che andremo a fare altrove.

E invece l’Alto Adige-Süd Tirol?

In Süd Tirol siamo i benvenuti, ad agosto saremo ospiti al Bolzano Festival Bozen. L’Alto Adige ha una cultura musicale più ricca e vivace. Tuttavia anche nel Süd Tirol ci sono difficoltà, c’è un grosso problema dovuto alla differenza etnico linguistica, con diversi potentati di lingua italiana o tedesca che si ostacolano a vicenda. Tuttavia in generale nelle stagioni altoatesine c’è una forte presenza di artisti e orchestre provenienti dall’Austria e dalla Germania e poca penetrazione dall’Italia.
Ad ogni modo il nostro obiettivo non è la ‘territorialità’ dell’orchestra ma la proiezione di Theresia sul panorama internazionale, sul modello delle orchestre giovanili europee.

E perché avete scelto di fondare proprio un’orchestra giovanile ‘barocca’?

La TYBO è un’orchestra votata all’esecuzione del repertorio classico su strumenti originali e secondo la prassi del tempo. Questo è il senso della parola ‘baroque’. Io di formazione sono un clavicembalista e uno strenuo sostenitore dell’esecuzione su strumenti originali. Di orchestre di questo tipo ce ne sono poche e la richiesta è tanta. Theresia, proprio perché vuol mettere in campo un progetto culturale di respiro più ampio che abbia al centro i ragazzi, viene dunque a rispondere a una duplice esigenza: da un lato quella artistica, offrendo un’orchestra di altissimo livello, e dall’altra quella formativa, perché consente ai ragazzi che studiano gli strumenti antichi di avere un ottimo banco di prova a loro disposizione.

Data la possibilità di una programmazione di arco più ampio, quali sono i vostri progetti sul lungo periodo?

Pensiamo di spostarci progressivamente verso il repertorio tedesco fra Beethoven e Mendelssohn, quindi ampliando l’organico orchestrale. Cosa che avverrà già per la registrazione monografica che abbiamo
in campo, quella dell’integrale dell’opera sinfonica del grande contemporaneo di Mozart, Joseph Martin Kraus, che effettueremo in collaborazione con l’orchestra di Stoccolma.
Oltre ai programmi periodici su Mozart stiamo poi elaborando, per la stagione 2017/2018, progetti dedicati interamente al periodo classico, centrati sul repertorio sinfonico austro-tedesco.

Scegliete ciò che ‘didatticamente’ è più formativo per i componenti di Theresia?

In verità i ragazzi che entrano nella TYBO sono professionisti già pronti, cosa a cui inizialmente non avevamo pensato. Il livello è molto alto. I ragazzi, a differenza di quanto accade in altre orchestre giovanili, vengono pagati, perché professionalizzare significa anche questo. Giovanile non vuol dire gratis, e purtroppo in Italia questo non è sempre scontato.

Come avviene la selezione? C’è una scadenza nella partecipazione al progetto?

L’ingresso in TYBO avviene mediante audizione e i bandi sono annuali. Dal prossimo anno, intorno a febbraio/marzo, effettueremo audizioni non solo in Italia ma anche all’estero.

Sono audizioni molto ‘affollate’?

Devo dire di sì, e pensi che la comunicazione di Theresia avviene esclusivamente attraverso il web [www.theresia-project.eu, NdR]. La nostra pagina Facebook è il centro dal quale si diramano le informazioni. Non
abbiamo cartaceo. I ragazzi infatti sono lì, è lì che dobbiamo raggiungerli. E la circolazione delle informazioni è molto rapida e capillare. Theresia è conosciuta, se ne parla sempre di più…

Viene da chiedersi da un lato quale sia il vostro rapporto con i Conservatori e, domanda in parte collegata alla prima, se il livello degli studenti italiani, in un campo musicale così ‘delicato’, sia paragonabile a quello degli studenti stranieri…

Il nostro rapporto con i Conservatori è pari a zero, proprio perché, come accennavo prima, non vogliamo legarci a nessuna istituzione. A dire il vero agli inizi avevamo stabilito una collaborazione con il Conservatorio di Bolzano, ma non è andata bene. È successo che il livello non fosse adeguato alla situazione. Non vogliamo che nessuno, per obliqui giochi di potere, interferisca con le scelte artistiche dell’orchestra, non vogliamo veti e non vogliamo che l’orchestra sia strumento per altro.
Per rispondere alla sua seconda domanda, posso dirle che l’orchestra è fatta per metà di italiani e per metà di stranieri. Molti sono i ragazzi che studiano all’estero, ma abbiamo anche musicisti provenienti dal Conservatorio di Palermo o dalla Scuola Civica di Milano. Quindi non c’è una barriera di livello basata sulla provenienza. La differenza che si nota però è nell’atteggiamento. I ragazzi che provengono dalle scuole estere hanno un approccio più professionale, più ricco d’entusiasmo e di speranza, perché all’estero fare il musicista barocco è una professione riconosciuta e qui in Italia non è detto che sia così.
Che i ragazzi riconoscano che Theresia è un progetto cucito su di loro – per costruire una rete, far circolare esperienze e conoscenze – si vede nel loro atteggiamento nei confronti della vita d’orchestra, nella forte fidelizzazione, nella consapevolezza professionale che raggiungono. Riceviamo mail di fuoco se qualcuno non è stato convocato, scene vere e proprie di disperazione. E pensare che anche per questo abbiamo una politica particolare e coraggiosa: le convocazioni girano, come, fermi restando i ruoli di spalla, ruotano i ‘leggii’. Non si crea una struttura fissa e gerarchica, ma fluida. Gli stessi direttori si alternano. Theresia non ha un direttore stabile. Ogni direttore sposa un progetto e si mette a disposizione, ma noi non facciamo due produzioni consecutive con lo stesso direttore, perché l’orchestra non è al servizio di una personalità ma è l’esatto contrario.

Ma così facendo, con questa fluidità di ruoli e con l’aggiunta dei ricambi dovuti alla temporaneità di partecipazione al progetto, non c’è il rischio che l’orchestra non raggiunga una propria identità sonora specifica?

Di questo rischio eravamo coscienti quando il progetto ha preso il via. Claudio Astronio e io eravamo consapevoli che la scelta sarebbe stata coraggiosa, ma ce ne siamo presi la responsabilità. E questa scelta ha pagato, perché Theresia ha una qualità sonora, i ragazzi trovano un loro sound. Inoltre riescono ad adattarsi con enorme duttilità alle situazioni più diverse, sono delle spugne e a seconda dei tutor che hanno davanti, o dell’esperienza musicale che stanno facendo, crescono. Cresce l’orchestra e lo fa a una velocità spaventosa. E poi, diciamo la verità, è «musica da vedere»: fa impressione la giovane età di questi ragazzi paragonata al livello raggiunto.

Merito anche dell’organizzazione degli stage per la formazione e le prove?

Noi rifuggiamo fortemente il modello in uso che prevede per un concerto due letture e due prove. Quando i giorni di prova diventano più di due si parla ormai di stage. Noi organizziamo 4/5 stage annuali di una settimana che alla fine divengono dei veri e propri percorsi formativi. I direttori che vi prendono parte, come Claudio Astronio o Chiara Banchini, hanno un approccio diverso e complementare. Astronio punta più sulla concertazione in senso stretto, organizza i materiali musicali, forma allo ‘stare in orchestra’, all’ascoltarsi, al dialogare musicalmente. Chiara Banchini ha un approccio più ludico, inteso in un’ottica fortemente didattica. Per ora coaching e tutoring sono affidati solo ai direttori. Ma pensiamo di far intervenire presto musicisti e docenti di fama che si dedichino a precisi settori orchestrali. È un percorso che avrà bisogno di un po’ di tempo per entrare a regime, ma lo stiamo mettendo in campo.

È un progetto molto ambizioso …

Mettersi su un’orchestra è cosa che sembra impossibile, ma in fondo non lo è. C’è molta gente che ama la cultura ma che non ha mai pensato a investire seriamente in musica. Molti hanno le risorse e le idee, ma il modello che noi mettiamo in campo è diverso, è un altro: investo il denaro che serve perché amo la cultura e la musica, poi vedrò cosa succede. Il progetto Theresia dimostra che si può finanziare musica privatamente senza avere problemi o scendere a compromessi, invischiandosi nella logica odiosa della politica culturale italiana. Io non sono un disfattista, ma credo che progetti del genere debbano avere un effetto di proselitismo, possano stimolare altri a fare lo stesso. In Italia fra poco non si investirà più in musica, perché manca un’abitudine consolidata. Eppure nei momenti di crisi bisognerebbe investire proprio in cultura, perché è ciò che ricrea tessuto, fa da collante, crea nuovo terreno. Risorse invece non ce ne sono più e i politici girano per le conferenze stampa andando a chiedere scusa perché i soldi per l’educazione, per la cultura, per i giovani devono essere investiti altrove.
Theresia è una creatura che cresce ed è un progetto un po’ eversivo. Non piace alla politica perché a suo modo è esso stesso ‘politico’, in quanto mette a nudo ciò che la politica non è in grado di fare (con le eccezioni del caso, naturalmente), svela le sue insufficienze.
Ma il senso del nostro gesto si radica in questo: sostenere la musica per amore della musica. E nulla più.

L’intervista è stata realizzata da Diego Procoli e pubblicata sul numero di Luglio 2015 della rivista Musica+. L’intero numero si può scaricare in PDF

Theresia? Si studia all’Università!

By theresia - April 26, 2014
Attenzione dal mondo della cultura e dell’Università per il progetto “Theresia”: è in particolare la formula di mecenatismo culturale privato, ancora rara in Italia, ad attirare l’interesse di vari osservatori. L’Università di Siena ha infatti invitato Mario Martinoli – fondatore e direttore artistico di Theresia Youth Baroque Orchestra, l’orchestra giovanile nata in seno al più […]

Attenzione dal mondo della cultura e dell’Università per il progetto “Theresia”: è in particolare la formula di mecenatismo culturale privato, ancora rara in Italia, ad attirare l’interesse di vari osservatori. L’Università di Siena ha infatti invitato Mario Martinoli – fondatore e direttore artistico di Theresia Youth Baroque Orchestra, l’orchestra giovanile nata in seno al più ampio progetto “Theresia”, ad intervenire al convegno “Sostenibilità e consumo responsabile”, nell’ambito della sezione dedicata alla sostenibilità nel mondo della cultura con un intervento dal titolo “Theresia, il mecenatismo come strumento di rinascita etica e culturale”.
Il convegno in programma lunedì 28 aprile ad Arezzo (Campus del Pionta, Aula Magna), è promosso dall’Osservatorio Ethos con l’adesione del Presidente della Repubblica. Sarà presente Stefania Giannini, Ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca, e tra gli altri interverranno Giovanni Puglisi, Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco (“Cultura della sostenibilità e sostenibilità della cultura: I due volti dello sviluppo”), Pierluigi Malavasi e Alessandra Vischi, Università del Sacro Cuore (“Fare impresa, responsabilità sociale, formazione in/con/per la sostenibilità”), Ermete Realacci, Presidente della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati (“Sviluppo sostenibile e consumo responsabile”).
Msggiori informazioni e programma dettagliato sul sito www.unisi.it/unisilife/eventi/sostenibilita-consumo-responsabile

Mario Martinoli: “Vi presento Theresia”

By theresia - October 28, 2012
Theresia Youth Baroque Orchestra è il primo e più importante tassello del più ampio Progetto Theresia. Di questo progetto è ideatore e fondatore Mario Martinoli: clavicembalista per passione ed editore per lavoro, ci parla di questo progetto assolutamente atipico sul panorama delle istituzioni culturali. Cos’è Theresia? “Theresia è uno spazio a disposizione di chi crede […]

Theresia Youth Baroque Orchestra è il primo e più importante tassello del più ampio Progetto Theresia. Di questo progetto è ideatore e fondatore Mario Martinoli: clavicembalista per passione ed editore per lavoro, ci parla di questo progetto assolutamente atipico sul panorama delle istituzioni culturali.

Cos’è Theresia?

“Theresia è uno spazio a disposizione di chi crede che la cultura oggi debba trovare nuove forme di finanziamento e di interazione tra il pubblico e il privato. Un gruppo di persone unite dal desiderio di impiegare tempo e risorse nella costruzione di un nuovo modello di gestione della cultura, che non passa attraverso la ricerca di finanziamenti pubblici.”

Concretamente come si realizza?

“Ad esempio finanziando nuovi progetti, supportando realtà esistenti, assegnando borse di studio a giovani talenti. La differenza rispetto ad altre forme di finanziamento privato è il fatto di credere fortemente in questi progetti ed anche di esserne coinvolti direttamente. E’ una cosa diversa rispetto al finanziamento corrente dei privati della cultura anche perché non c’è dietro un discorso di sponsorship, di marketing: è proprio un desiderio di partecipazione attiva, e di responsabilità sociale ed economica nella costruzione di un modello culturale diverso. Diverso e sostenibile, perché in questo momento di crisi che la cultura necessita di maggior sostegno: visto che il pubblico non riesce più per motivi di bilancio a sostenere completamente iniziative di rilivevo sul territorio, i privati hanno un dovere etico e sociale nel far questo, interpretando al meglio l’idea di mecenatismo culturale.”

Come è nata l’idea di Theresia?

“Nella mia formazione e per storia personale e lavorativa ho imparato a far circolare idee e risorse: non ho una cultura accentratrice della ricchezza, e penso che le risorse umane ed economiche acquisiscano valore solo quando vengono messe a disposizione della collettività. A lungo ho ragionato su questi temi in relazione alla mia passione musicale e a un certo punto ne è nato il progetto dell’Orchestra Giovanile Barocca.”

Parliamo della Theresia Youth Baroque Orchestra (TYBO). Tra pochi giorni ci sarà il debutto, sotto la guida di Claudio Astronio:

“L’orchestra debutta nell’ambito del prestigioso Premio Ferrari come orchestra di servizio. E’ un momento importante perché caratterizza il repertorio dell’orchestra, che si dedicherà al preclassicismo e al classicismo. E’ stato molto bello vedere come il direttore permanente dell’orchestra, Claudio Astronio, ha sposato il progetto, in quanto crede molto fortemente nelle sue finalità, che sono quelle di dare uno spazio ai giovani (non solo giovani professionisti ma anche studenti che vogliono avvicinarsi alla prassi barocca) con uno strumento accessibile, territoriale perché fortemente radicato nella regione storica dell’Euregio, capace di dare loro l’occasione di suonare.”

Perchè proprio il Premio Ferrari per debuttare? C’è un significato speciale in questa collaborazione?

“L’Orchestra ha una valenza territoriale in quando, come detto, opererà prevalentemente nell’Euregio. Debutta a Rovereto, che è un centro culturalmente importante, e in particolare collaborando con l’Accademia di Musica Antica, che organizza il Premio Ferrari: in città l’Accademia di Musica Antica è l’unico interlocutore possibile per quanto riguarda la prassi esecutiva barocca e Theresia punta su progetti di eccellenza e qualità indiscussa: proprio per questo motivo è nata l’idea di far partecipare l’orchestra al Premio e, se ci saranno i presupposti, la collaborazione andrà avanti anche nelle prossime edizioni.”

Quali saranno le prossime tappe del progetto?

“Nel 2013 di saranno due stages organizzati da Theresia come momento di formazione di nuove risorse orchestrali attraverso bandi sul territorio dell’Euregio e una serie di concerti in fase di avviata negoziazione.”