Io, Zoroastro e Casanova

By Emilia Campagna - September 24, 2015
Intervista al regista che dirigerà Theresia nel film-concerto "Zoroastro"

Ciak, si gira: Theresia Youth Baroque Orchestra sarà tra i protagonisti di una nuova iniziativa promossa dalla Sagra Malatestiana di Rimini che consisterà nella produzione di un film concerto dedicato a Zoroastre, tragédie lyrique di Jean Philippe Rameau interamente girato all’interno dei monumentali spazi offerti dal Teatro Galli di Rimini. Durante le fasi di realizzazione il pubblico sarà ammesso sul set per assistere alla prima esecuzione in tempi moderni di una sequenza di pagine tratte dall’opera e affidate alla nostra orchestra diretta da Claudio Astronio.
Regista del film-concerto sarà Gianni Di Capua, che in quest’intervista ci racconta i dettagli del progetto.

Come nasce il progetto “Zoroastro”?

“Nasce inizialmente dall’incontro tra un’intuizione di Alessandro Taverna e il desiderio della Sagra Malatestiana di celebrare il compositore Jean-Philippe Rameau; e parallelamente dalla ricerca di un modo alternativo di portare il scena l’opera Zoroastro.
La scintilla che ha reso possibile la operazione, che è decisamente originale, curiosa, è scattata quando Alessandro Taverna ha visto il mio film documentario su Wagner (“Diario veneziano di una Sinfonia ritrovata”) e mi ha chiesto di escogitare un’opera televisiva. Io ho colto pienamente questo invito, questa provocazione, poiché è da molto che sostengo la necessità che la musica, come anche il teatro, afflitti dalla malattia dei costi in questo stato di economia stagnante, debbano trovare nuove strade, anche dal punto di vista dei mezzi espressivi, e ho sempre sostenuto che lo strumento televisivo possa fare moltissimo in tal senso. Non è certo una novità adeguare un testo teatrale o musicale che sia, al piccolo o grande schermo, ma dobbiamo ammettere che negli anni il linguaggio televisivo in relazione all’arte, in specie quelle performative, è stato sempre più mortificato, reso afono nelle sue potenzialità espressive da un generalizzato anafalbetismo che spesso sentiamo dire ”di ritorno”, ma che non è altro da ricondurre ad una languida e stanca età della televisione. Ma per ritornare alla sua domanda, e cioè com’è nato il progetto, occorre dire che a determinarlo , a renderlo cioè realizzabile, è stata una questione d’incontro; aggiungo un felice incontro, di realtà complementari tra loro, ciascuna portatrice di un prezioso carico di esperienza professionale, di motivazioni e ambizioni, il tutto posto a sistema.”

In questo “sistema” qual è il ruolo di Theresia Youth Baroque Orchestra?

“Un ruolo naturalmente fondamentale: senza Tybo il progetto non si sarebbe potuto realizzare, e non solo perché è l’orchestra che materialmente eseguirà le musiche di Rameau, questo va da sé; ma come dicevo parlando di ‘motivazioni’ e ‘ambizioni’, ecco, quando dico “Tybo” mi riferivo esattamente alla specificità, al carattere di una progetto musicale del tutto speciale, sicuramente singolare nel panorama delle istituzioni musicali italiane che, godendo del privilegio, e non di poco conto, dell’autonomia finanziaria, quindi affrancata dalle ansie della malattia dei costi, può risolversi a perseguire una visione decisamente lungimirante e moderna che nei fatti non si traduce tanto, come nel caso dello Zoroastro, ad eseguirlo soltanto e bene, ma rendersi disponibile a condividerne il progetto nel suo insieme. Questo, nei fatti, si traduce in disponibilità, flessibilità, umiltà, grande professionalità nel corso delle riprese. Sembra una cosa di poco conto, ma mi creda, non è cosa scontata, anzi, fa la differenza e TYBO ha dimostrato di avere questi valori che denoto strutturali nell’impianto stesso che l’organizzazione si è data.”

Da regista, qual è il suo approccio nel rapportarsi con una performance musicale?

“La musica e le arti performative in generale sono centrali nella mia produzione, per lo più realizzati per i canali satellitari di Rai SAt : io stesso sono musicista e questo mi consente di avere un approccio alla partitura consapevole, senza timori reverenziali, ma con il rispetto che è dovuto alla musica, al pensiero che la informa. Detesto, ad esempio, quando una ripresa televisiva fa spezzatino di una frase musicale alternandone la visione dell’esecuzione da più punti di vista scadendo inevitabilmente nel didascalico, offrendo insomma un modello oramai da tutti noi assimilato, dato per buono, quando invece è l’affermazione di un puro dilettantismo nell’uso del linguaggio televisivo in relazione alla partitura musicale. Occorrerebbe essere più avveduti nell’impiego del linguaggio televisivo nelle arti performative. Allora, per tornare alla sua domanda di qual è il nostro approccio nel rapportarci all’esecuzione musicale, in sostanza si tratta di mantenere intatti alcune coordinate compositive, definiamole “drammatiche” che si ricavano dalla lettura attenta della partitura, offrendo allo sguardo dello spettatore televisivo non il dettaglio ma una narrazione che lungi dal sostituire la ripresa televisiva alla sala da concerto, diventi invece un momento “altro” della ricezione del testo musicale inteso come “ altro” accesso alla Conoscenza.”

Entriamo nello specifico del progetto “Zoroastro”: in che cosa consiste?

“In sostanza in un progetto transmediale. In vera sintesi, dico che oggi il pubblico può accedere ai contenuti mediante una serie di dispositivi e in modalità fluttuante. La Televisione e la sala da concerto, estremizzando il ragionamento, sono due di questi dispositivi. La questione è che ciascun dispositivo presuppone una “narrazione” adeguata, in grado di entrare in dialogo col proprio pubblico. Va da sé che il nostro contenuto può raggiunger così un pubblico sicuramente più vasto e per la musica colta è una buona notizia davvero. Ecco perché prima dicevo che la televisione è in grado di portare sollievo alla musica afflitta dalla malattia dei costi che versa in un’economia stagnante. Il concerto del 16 e il 17 ottobre è una delle diverse “ narrazioni” del nostro Zoroastro, le altre saranno poi accessibili, in televisione, al cinema, in DVD, al cellulare, al PC eccetera. Tra l’altro, ricordiamo che il pubblico del 16 e del 17 ottobre sarà ammesso, a dire il vero, non solo all’esecuzione dal vivo delle musiche di Rameau da parte di Theresia Youth Baroque Orchestra nella sequenza selezionata da Claudio Astronio, ma ad un vero e proprio set cinematografico dove si riprende lo Zoroastro, con tanto di ciack in campo. Il pubblico, insomma, assisterà ad una doppia epifania, quella dell’esecuzione dal vivo e e quella della ripresa cinematografica, il tutto seduto su sedie sparpagliate nello spazio della restaurata sala Ressi.”

Quali sono gli aspetti dell’opera Zoroastro che più la attraggono?

“Come ogni testo “classico” la sua contemporaneità. Mi spiego : Zoroastro simboleggia la vittoria del bene sul male, dell’intelligenza sulla stupidità. Andando oltre ai dettagli della sua produzione e della sua ricezione, l’opera risulta suggestiva con il messaggio che gli autori, il librettista in primis, hanno inteso veicolare, vale a dire una sorte d’iniziazione del pubblico ai valori della Conoscenza che all’epoca della sua prima rappresentazione non venne capito, anzi, dopo qualche replica l’opera venne ritirata e riproposta qualche anno dopo largamente rimaneggiata nei suoi contenuti originali spurgandola della sua forza eversiva. A Rimini assisteremo infatti alla prima versione. Zoroastro, insomma, è stata l’occasione di una grande innovazione formale. Jean-Philippe Rameau e Louis de Cahusac erano artisti, teorici della loro arte, pensatori progressisti vicini agli ambienti filosofici, agli enciclopedisti del loro tempo ed erano anche massoni o quanto meno ne condividevano i principi di emancipazione culturale che, per l’appunto, informa tutta l’opera. L’intrigo amoroso tra Zoroastro e Amelite, che si sviluppa in superficie, appare tutto sommato secondario e non rappresenta il nodo del dramma che costituisce invece il pretesto all’esposizione del vero soggetto dell’opera e cioè, come dicevo, il combattimento zoroastriano tra Luce e Tenebre. Dicevo della contemporaneità dell’opera Zoroastro, ecco dunque l’oscurantismo zoroastriano declinato nell’attualità che non può non collegarsi al generale appannamento culturale, e qui ritrono a quanto detto prima, un appannamento culturale che spesso viene indicato col termine di analfabetismo e che sarebbe opportuno, per l’appunto, assimilare all’età della televisione. La televisione, l’onnipresente, quella che frantuma, decostruisce, falsifica e ripristina significati. Occorre perciò essere consapevoli dei suoi meccanismi perversi nei quali assistiamo a una smaterializzazione della realtà e dove l’attenzione dell’uomo viene distolta dal mondo naturale e portata a concentrarsi sul mondo della comunicazione che appare diventata un valore assoluto.”

Nel film – non nel concerto – ci sarà anche la danza:

“De Cahusac ha una visione assai moderna rispetto all’uso della danza nell’opera francese per come veniva concepita nel proprio tempo, egli anticipa alcuni degli enunciati della riforma di Gluck e Calzabigi che emancipa la danza da momento di parentesi, quasi un intrattenimento, nel contesto dell’opera, a funzione drammaturgica. Non solo aveva scritto una storia della danza, ma è stato anche l’estensore della voce “danza” nell’Enciclopedia di Diderot e D’Alambert. Non potevamo dunque escludere la danza dallo Zoroastro integrandola nel film concerto riservandole il ruolo drammaturgico per come l’aveva intesa De Chausac, ma in chiave naturalmente contemporanea. Abbiamo quindi invitato a voler condividere il nostro progetto una danzatrice e coreografa italiana tra le più sensibili ed espressive della su generazione, Carlotta Plebs.”

Nel clima che ci ha raccontato si inserisce perfettamente un’altra figura di poeta fondamentale per lo spettacolo, quella di Giacomo Casanova:

“In effetti quando Alessandro Taverna mi chiese di “escogitare” una produzione televisiva su Zoroastro per conto della Sagra Musicale Malatestiana, pose a condizione la figura di Giacomo Casanova tra gli elementi strutturali dell’operazione in quanto il seduttore più celebre al mondo fece una traduzione in versi del libretto di De Chausac. Li per li, la cosa apparve subito un requisito assai interessante, ma tanto era affascinante quanto un rompicapo individuarne l’adattamento per la scena: ovvero, come giustifico la presenza di Casanova in Zoroastro dal punto di vista drammaturgico? Nelle sue memorie, Casanova dedica alla traduzione solo due righe: era il 1752, dunque aveva 25 anni, ed era stato invitato a tradurre l’opera dall’Ambasciatore di Polonia e Grand’Elettore del Ducato di Sassonia per la compagnia italiana dell’Opera di Dresda di cui faceva parte la madre (di Casanova) in qualità di attrice e cantante. Casanova, in sostanza, per come lo abbiamo alla fine “escogitato” costituirà l’elemento di coesione dell’intero impianto scenico drammaturgico che il pubblico in sala (sia nella dimensione teatrale che in quella cinematografica) vedrà nella sua interezza; ma grazie alla “ transmedialità” di cui parlavo prima, sarà possibile decostruire lo Zoroastro negli altri dispositivi, privandolo cioè dei diversi elementi che lo compongono, ed accedere, ad esempio, solo alla parte “ narrata” musicale, danzante o solo recitativa.”

Ad interpretare i testi di Canova è stata chiamata un’attrice, Galatea Ranzi: perché questa scelta di una voce femminile?

“Una voce femminile perché non volevo che un eventuale interprete maschile fosse assimilato, anche se involontariamente, a Casanova. A contare è il testo e colui che lo interpreta. Come per un testo musicale, poco importa se il suo interprete è maschio o femmina. Poi, nel dettaglio, la scelta di Galatea Ranzi è maturata in ragione della sua grande esperienza e versatilità professionale, capace di cimentarsi su ruoli interpretativi più disparati e per certi versi audaci, una personalità in grado di esprimersi fra teatro, soap opera e cinema, un’esperienza singolare derivatagli dal durissimo tirocinio trascorso sotto la guida di Luca Ronconi. Un’attrice a proprio agio con i diversi linguaggi della recitazione era quindi l’ideale interprete di un impianto di testi casanoviani variegato, inedito e, soprattutto, distante dallo stereotipo del grande seduttore che la tradizione ha consacrato o, a seconda dei punti di vista, relegato. Galatea Ranzi terrà dunque il filo della narrazione su una drammaturgia di testi casanoviani estrapolati dalla stessa traduzione in versi che Casanova fece dell’opera, dalle proprie Memorie e da testi risalenti all’ultimo periodo della sua vita, quello dell’esilio di Dux in Cecoslovacchia. A tale proposito desidero segnalare ai lettori del Blog un racconto breve di Sebastiano Vassalli, Dux, edito da Einaudi: è la storia, autentica, dell’ultima battaglia che Giacomo Casanova combatté nel mondo dei vivi, cosí come la racconta lui stesso in ventuno lettere autografe conservate nel castello dei conti Waldstein in Boemia, dove nel 1798 il grande veneziano morí”.

*Nella foto di copertina il regista in un momento delle riprese del film concerto Piani Paralleli, prod. BliqFilm in associazione con Jazzy Records e Kublai Film*

Dalla Siae sostegno alla musica contemporanea

By Emilia Campagna - September 14, 2015
L'ente che nei fatti detiene il monopolio per i diritti d'autore in Italia si lancia in un progetto di sostegno alla musica contempoeanea

La notizia è di quelle belle: 300.000 euro di finanziamenti per tre anni destinati “a sostenere l’attività di ensemble, festival, stagioni concertistiche, case discografiche e centri di produzione elettroacustica che si dedicano al repertorio contemporaneo della musica colta“. E’ “Classici di oggi“, un progetto di promozione musicale targato Siae e che ha inteso premiare “le realtà musicali più meritevoli, in base all’attività svolta negli ultimi cinque anni, chiedendo loro di inviare una proposta per concorrere all’assegnazione di un contributo economico“.

Una commissione formata da Alessandro Solbiati, Guido Salvetti e Alessandro Magini ha selezionato i destinatari del finanziamento (assegnato su base annuale o triennale a seconda dei progetti presentati), riservandosi la possibilità di monitorare i risultati, di individuare eventuali ulteriori operatori a cui destinare il sostegno economico per le successive annualità o di rimodulare la quota attribuita, in funzione della variazione del numero dei beneficiari.
Questi i dodici selezionati: sette ensemble (Divertimento Ensemble di Milano, Fondazione Prometeo di Parma, New Made Ensemble di Milano, Ex Novo Ensemble di Venezia, Associazione per la Musica Contemporanea Curva Minore di Palermo, Ensemble Dedalo di Brescia, Ensemble Sentieri selvaggi di Milano), due case discografiche (Stradivarius Milano Dischi S.r.l. ed EmaRecords Music di Firenze) e tre centri di produzione elettroacustica (Edison Studio di Roma, Tempo reale di Firenze, Agon Acustica Informatica Musica di Milano).

Il meritorio progetto di finanziamento e sostegno alla contemporanea non placa però le polemiche che regolarmente si levano nei confronti della Siae. Alcuni la amano, in molti la subiscono, altrettanti la detestano: dici “Siae” in Italia e i moti di insofferenza non si contano. Perchè l’ente che si occupa della gestione dei diritti degli autori e degli editori è spesso da più parti criticato come obsoleto o addirittura inadeguato; c’è chi ne denuncia il privilegio monopolistico di fatto, grazie ad una legge del 1941. E’ vero che una sentenza del 2014 ha stabilito in virtù della libera circolazione dei beni e delle idee sul territorio europeo non si può impedire a una società con sede all’estero di occuparsi di diritti d’auore: infatti il monopolio Siae scricchiola sotto le frecce della piccola startup Soundreef, ma solo perchè quest’ultima – costituita da giovani italiani – ha sede a Londra. Se fosse in Italia sarebbe già fuori legge.

Ma le polemiche più accese sono quelle che si sono scatenate qualche anno fa all’indomani dell’approvazione di un nuovo statuto che sostanzialmente consegna il potere assoluto di gestione nelle mani di pochi “ricchi”: unico ente pubblico costituito su base associativa (dagli stessi artisti ed editori iscritti), il nuovo statuto Siae al comma 2 dell’art. 11 prevede una diabolicamente geniale negazione del principio democratico: “Ogni associato ha diritto ad esprimere nelle deliberazioni assembleari almeno un voto e poi un voto per ogni euro (eventualmente arrotondato per difetto) di diritti d’autore percepiti nella predetta qualità di associato, a seguito di erogazioni della società nel corso dell’esercizio precedente”: ed anche se il comma successivo cerca di limitare il richio di monopolio da parte di singoli (“In nessun caso ciascun Associato può esprimere voti in misura superiore al quarantesimo dei voti in astratto esprimibili in ciascuna singola votazione“) in questo modo si attribuisce agli associati in favore dei quali vengono ripartiti maggiori introiti il potere – pressoché assoluto – di controllo dell’Ente.

Meet Theresia: Assen Boyadjiev (en)

By Emilia Campagna - September 10, 2015
translation by: Charlotte Michi Assen Boyadjiev is the second soloist that played with Theresia this summer: he played the fortepiano, Olga Pashchenko the harpsichord. Also Assen is an acquaintance of Theresia, he took part at the Premio Ferrari in 2012, winning the Second Place and the “Theresia” Special Price for the best performance of a concert written by Mozart. 34 years, he […]

translation by: Charlotte Michi

Assen Boyadjiev is the second soloist that played with Theresia this summer: he played the fortepiano, Olga Pashchenko the harpsichord. Also Assen is an acquaintance of Theresia, he took part at the Premio Ferrari in 2012, winning the Second Place and the “Theresia” Special Price for the best performance of a concert written by Mozart. 34 years, he was born and grew up in Bulgaria but lives in Hannover since the age of 18: “I moved to Hannover to study, and except for an experience at the Cornwell University in 2008, where I  specialized with Malcolm Bilson, I have always been in Germany. Even after finishing my studies – I obtained the last degree in 2010 – I remained in Hannover, where I teach performance practices on early keyboards.”

The keyboard world is immense: you have specialized in one field or you continue to play the piano beside the harpsichord and the fortepiano?

“I never abandoned the modern piano and sometimes I still play it in concert: but my primary interest is the fortepiano, the early instrument, in which all those technical features that make “modern” today’s piano are lacking. In this sense my repertoire ranges up to Debussy: he played Pleyel and Erard pianos, that have no crossed strings like Steinway. Thus they are still fortepianos, even if the boundary is very thin. Exploring this border is something that fascinates me a lot.”

To switch from the modern piano to the fortepiano is a matter of technique?

Not necessarily: it’s rather the sound that changes, due to the construction differences I mentioned before: the color is different, also there is a difference in the registers that in the modern piano disappeared for the benefit of a greater consistency between high notes and low notes.”

What have we gained and what have we lost in the transition from fortepiano to pianoforte?

“Culture and taste change, and so do habits: in the eighteenth century music was performed in small rooms, and the low volume of the fortepiano was not a problem. But today concert halls are immense, and obviously the organizers want to fill them. If we think of the Carnegie Hall: of course listeners of the last rows can not grasp the subtleties of the sound of fortepiano. I like to do this example: a modern piano is like a big red German sedan, perfect to drive fast and safe on the highway: but what if we have to drive in the alleys of Palermo? The car becomes cumbersome, the risk of scratching it is high, we get stuck and this stress ruins the pleasure of observing all the details that surround us. If we go on horseback, instead, we go slower but we enjoy the trip. To change metaphor, the music of Mozart is like the architecture of an eighteenth-century city: playing it on the piano means you have to accept continuous compromises.”

Let’s talk about CPE Bach’s Concert: have you ever played it before?

No, and I am very glad for this opportunity: the Double Concerto has been the most popular composition of CPE Bach, because it’s special and spectacular music, that puts together the two instruments highlighting their features: there are many passages in Olga’s part where the baroque style of the harpsichord features the writing. If we switched the parts and I played hers on the fortepiano, and vice versa, we would loose the special flavor of the music.”

How is it working with Theresia?

“I feel very comfortable, musicians react very fast to the solicitations of Chiara Banchini, which is very open to our comments, to our proposals. I think that this concert is even more difficult for the orchestra than for the soloists: some passages are perfect for the keyboard but much more uncomfortable if played on the violin. What is more Bach asks electricity to the orchestra from the very first notes.”

 

 

Meet Theresia: Olga Pashchenko (en)

By Emilia Campagna - September 9, 2015
translation by: Charlotte Michi Olga Pashchenko is the harpsichordist that has been soloist with Assen Boyadjiev in the Concert for harpsichord, fortepiano and orchestra by Carl Philip Emanuel Bach we performed this summer: it was not the first time we met her, she played with Theresia in 2012, during the final of Premio Ferrari. After […]

translation by: Charlotte Michi

Olga Pashchenko is the harpsichordist that has been soloist with Assen Boyadjiev in the Concert for harpsichord, fortepiano and orchestra by Carl Philip Emanuel Bach we performed this summer: it was not the first time we met her, she played with Theresia in 2012, during the final of Premio Ferrari. After three years we asked her how her professional life is going. Born in Russia, 28 years old, Olga lives in Amsterdam, where she concluded her studies last year by graduating in harpsichord: “Actually the one I obtained in Amsterdam is only the last of my many degrees: I first graduated in Russia in four different specializations, piano, harpsichord, fortepiano and organ, then I followed courses in Amsterdam, getting a diploma in fortepiano in 2013 and in harpsichord in 2014.”

Did you decided to specialize in early music?

“To be honest not: I go on playing also the organ and modern piano, therefore my repertoire goes from baroque music to contemporary music. Also with the harpsichord I do not just play early music, I also play Ligeti (Contiuum e Hungarian Rock) and Xenakis.”

Many of your colleagues prefer to concentrate on a more focused repertoire, can we say that you are eclectic?

“Yes, for sure I am, I am inquiring and I think it is very funny and challenging to play four instruments and to face such a vast repertoire.” 

What is the difficulty in switching from one instrument to the other?

“From a technical point of view obviously each of the four instruments has its properties, and you need to find the right concentration to change attitude. But it’s a bit like having four different friends, and get to know each of them very well, each with its particularities.” 

How do you organize your work? In the period before a concert do you devote yourself exclusively to the instrument that you will be playing?

“That would be nice but it’s impossible, I often have commitments that overlap and I have to study at the same time more repertoires. Of course, it never happens that in the same day I play all the four instruments: I wouldn’t have the time! I can devote myself exclusively to one instrument only in the days just before the concert, like it happened in Dobbiaco during the stage with Theresia.”

About playing more instruments, let’s talk about CPE Bach’s Concert, written for harpsichord and fortepiano: had you ever performed this concert before? 

“No. I knew this piece but I had never studied it. It’s a really interesting composition, especially considering the fact that at the time of CPE Bach composers wrote for keyboard often without indicating precisely for which instrument the piece was written. In this case, instead, two different keyboards, the harpsichord and the fortepiano, are clearly indicated.”

You already played with Theresia three years ago during the Premio Ferrari for fortepiano, winning the First Price: what has that experience meant to you?

“It has been very important: rarely it occurs to play so much the fortepiano in a competition. I played  solo repertoire and two concerts, one of them written by Ferrari that I unfortunately had not the chance to perform again.”

After the first rehearsal in Dobbiaco with Theresia and Chiara Banchini what is your impression?

“Excellent, of course: it’s nice to work with Chiara Banchini because she plays and performs at the same time, she drives the orchestra with authority and at the same time she is part of it.”

 

Good news: il Festival di Salisburgo talmente in attivo da dare soldi in beneficenza

By Emilia Campagna - September 7, 2015
Il Festival austriaco è anche una poderosa macchina organizzativa capace di trainare l'economia del proprio territorio

I numeri parlano chiaro: con 263mila spettatori per 6 settimane e 188 rappresentazioni il Festival di Salisburgo chiude l’edizione estiva 2015 nettamente in attivo. E’ quanto emerge dal report pubblicato con la consueta tempestività dal Festival austriaco, una macchina organizzativa efficiente come poche al mondo. E i 29,9 milioni di euro di incasso (per biglietti dal costo variabile tra i 5 e i 430 euro), assieme agli ingenti finanziamenti e ai contributi di sponsor permettono anche di fare della beneficenza, con 100000 euro donati per progetti speciali alla Caritas. Cifre da capogiro, possibili solo per istituzioni estremamente carrozzate – anche da un punto di vista politico, ovviamente. Però è indubbiamente positivo che un Festival come quello di Salisburgo chiuda in attivo: e per noi ancora più interessante che l’indotto rappresentato dal Festival (che oltre ai musicisti dà lavoro a scenografi, macchinisti, sartorie, ecc ecc) lo qualifichi come maggiore datore di lavoro di Salisburgo: e il Land austriaco dal 2005 ha il maggior tasso di crescita della Repubblica austriaca, a dimostrazione che con l’arte e la cultura ci può essere un concreto sviluppo economico.

E si comprende la soddisfazione con cui la Presidente Helga Rabl-Stadler e il direttore artistico Sven-Eric Bechtolf hanno salutato il pubblico: “Abbiamo avuto una splendida estate. La città è stata invasa da un’energia positiva come non mai, con moltissimi spettatori entusiasti che ci avvicinavano per strada, congratulandosi per la nostra programmazione. Tutto questo è stato incoraggiante ed emozionante. Così come l’aplauso generosamente entusiastico del pubblico, che è il più importante, appagante e diretto incoraggiamento.”

Gregor Khuen-Belasi: cerco l’essenza dei musicisti

By Emilia Campagna - September 3, 2015
Da quasi dieci anni è il fotografo ufficiale del Bolzano Festival Bozen e di Transart, i due festival che animano l’estate musicale bolzanina: che siano grandi direttori, orchestre giovanili, solisti o performer contemporanei, passano tutti sotto il suo obiettivo. Gregor Khuen-Belasi è stato a Dobbiaco per uno shooting di Theresia e ci siamo fatti raccontare […]

Da quasi dieci anni è il fotografo ufficiale del Bolzano Festival Bozen e di Transart, i due festival che animano l’estate musicale bolzanina: che siano grandi direttori, orchestre giovanili, solisti o performer contemporanei, passano tutti sotto il suo obiettivo. Gregor Khuen-Belasi è stato a Dobbiaco per uno shooting di Theresia e ci siamo fatti raccontare qualcosa della sua esperienza professionale. “Dopo tanti anni di professione io mi considero un ritrattista, perché quello che mi interessa cogliere è la realtà delle persone che fotografo: proprio per questo motivo il momento che amo di più è il backstage nei camerini prima dell’inizio del concerto. E’ lì che molto spesso riesco a fare le foto migliori, anche se non sempre gli artisti sono disposti a farsi fotografare in una situazione che per certi aspetti è un po’ intima; oppure, come mi è successo recentemente con il direttore d’orchestra Herbert Blomstedt, mi viene chiesto di non utilizzare una foto che a me piace moltissimo ma che l’artista o il suo agente ritengono non adatta al personaggio.”

E cosa fai in quel caso?

Accetto il volere dell’artista, anche se a malincuore. In teoria io la fotografia potrei usarla, perchè si tratta di un personaggio pubblico: ma è una questione di rispetto, di equilibri nei rapporti personali e professionali.”

Quali sono le difficoltà del tuo lavoro?

“Una buona fotografia è una questione di concentrazione e di tempo: durante un concerto io sto accucciato anche per venti minuti ad aspettare che arrivi ‘quel’ momento, e a un certo punto so che arriva. Il fotografo di un giornale viene e dopo qualche minuto se ne può andare, perché il suo lavoro riguarda la cronaca, io invece sono un documentarista. Per questo per fare buone foto di un concerto ci vuole anche preparazione: ad esempio è importante sapere come si muove un direttore – se è sempre girato verso i violini e guarda poco i violoncelli bisognerà essere posizionati sulla sinistra, altrimenti è un guaio. Recentemente ho fotografato la EUYO diretta da Xian Zhang e lei si muove tantissimo! Raramente ho visto un direttore muoversi così velocemente, a un certo punto si è piegata ed era più in basso dei musicisti, poi aveva questi capelli che volavano da tutte le parti: queste sono condizioni che mettono più in difficoltà rispetto ad una situazione più calma, più posata. Inoltre io credo che un fotografo di concerti debba anche prepararsi sulla musica in programma, ascoltarla, conoscerla.”

Dal Bolzano Festival passano i grandi nomi del concertismo internazionale: i grandi artisti sono persone difficili?

Dipende: ricordo Ashkenazy, persona di grande umiltà e semplicità, che mi diede il permesso di fotografarlo senza tanti problemi. Quando Laurie Anderson venne a Bolzano le chiesi di poter organizzare un private shooting: lei mi rispose che ci avrebbe pensato, non avendo nessun riscontro ulteriore avevo pensato che non se ne sarebbe fatto nulla. Invece il giorno della conferenza stampa lei mi vide e disse: ‘Sei tu il fotografo che vuole fare uno shooting? Facciamolo adesso’. Ci sono poi quelli che sulla carta non concedono fotografie, come Radu Lupu: ma quando ha suonato a Bolzano io sono andato alle prove e mi ha permesso di fotografarlo. Anche Martha Argerich va presa con le pinze: da sola non vuole essere fotografata, ma quando suona con altri sì, e in una prova in cui suonava con Lilya Zylberstein l’ho fotografata in un momento di pausa, mentre si beveva una Coca-Cola: una foto molto più bella di quelle classiche dell’artista davanti al pianoforte. Poi ci sono quelli controllatissimi come Sokolov: una volta una fan (la nostra manager Noemi Ancona, ndr) l’ha abbracciato a sorpresa in camerino e io ho colto proprio quell’istante, catturando la sua espressione, la sua spontaneità.”

Digitale o analogico?

Il digitale ovviamente è una risorsa incredibile: quello che soprattutto è cambiato nel passaggio è che ora si stampano pochissime fotografie. Prima era indispensabile: i professionisti passavano anche attraverso i provini per selezionare le foto migliori, ma poi si stampava, è ovvio. Ora il lavoro in camera oscura è stato sostituito dall’editing che si fa con photoshop. Un’altra conseguenza dell’uso del digitale è la quantità immensa di materiale che si produce: prima, col rullino, avevi 12, 24, 36 pose. Ora si scattano centinaia di foto in pochissimo tempo: io quando faccio uno shooting seleziono poi subito gli scatti migliori ma il resto non lo cancello, quindi devo avere sempre nuovi strumenti per l’archiviazione. Ogni tanto stampo le mie foto migliori: ora esistono anche tecnologie di stampa digitale avanzate, che garantiscono la persistenza per 150 anni. Mi piacerebbe poter raccogliere in un libro quelle più significative, rappresentano uno spaccato della storia musicale di Bolzano degli ultimi anni.”

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Meet Theresia: Adrien Alix (English version)

By Emilia Campagna - August 31, 2015
translation by: Charlotte Michi The youngest member of the orchestra is also the one who plays the biggest instrument: and we could say that he literally is at the basis of the harmony of Theresia, considering that he plays the double bass. Adrien is 21 years old and started his experience with Theresia in May […]

translation by: Charlotte Michi

The youngest member of the orchestra is also the one who plays the biggest instrument: and we could say that he literally is at the basis of the harmony of Theresia, considering that he plays the double bass. Adrien is 21 years old and started his experience with Theresia in May 2014: “I auditioned in 2014: I had heard about Theresia from Klaudia Matlak, which I had met in Strasbourg and who had just played with the Orchestra in the final of Premio Bonporti. She told me about the competition, about the project for young musicians and about the orchestra: I decided to have a try.”

In these years beside the improvement in his instrument Adrien has decided to deepen also the musicological knowledge: “I am studying musicology at the University in Paris and I have just finished an Erasmus in Bologna. The musicological study gives me the opportunity to make a stylistic reflection on the music I perform, and I hope to manage to go on on both sides, the instrumental and the theoretical.”

How was your year of study in Bologna and what do you expect now? “I loved studying in Bologna, also the town is beautiful and full of students; I explored themes linked to the Renaissance music and now I will complete an essay on Adriano Banchieri. Then I will take up university classes in Paris, but I will also start a master in historical double bass.”

Your choice to study historical bass is univocal? Or do you also play “modern music” or even other genres? Frequently double bass players are devoted to jazz: The historical double bass is my instrument, along with the violone. But sometimes I also play in modern ensembles or orchestras, what changes are the strings and the bow; occasionally I also play in small jazz groups: but I do this for fun. Anyway the concept of earlyinstrument is very broad: beside the vastness of the repertory considered generally “ancient”, ranging from ‘500 to the end of ‘700, it happened to me to perform, with ensamble using original instruments, also Mahler and even Stravinsky.”

Let’s talk about your job in the orchestra: you are a group of musicians all of different countries and schools who meet a week before the concerts to study together: are there some differences in the approach? “Each of us has its features of course, but the group is very united and we manage to fit to each other well also because it’s composed by very good musicians: for me the best are the wind instruments.”

You worked both with Claudio Astronio and Chiara Banchini: what are the differences in their way of working with the orchestra? “Claudio Astronio works more on a macroscopic level and Chiara Banchini more on the details: I think the reason is that Astronio is harpsichordist, and has a strong vision of the whole, of the structure, of the harmony, while Chiara Banchini, as a violinist, has an outstanding sensitiveness for bow strokes, the phrasing, the production of sound. In this sense they are complementary and to work alternately with both is a great occasion to grow. Anyway I think that the orchestra maintains its identity regardless from the conductor.”

What did you like playing with Theresia and what would you like to become part of the repertory? “In this last project I really appreciated playing the Symphony of Boccherini. And I’d like to play Mozart again with the orchestra, after the experience of this summer.”

Are there solo concerts for double bass that you would like to play with the orchestra? “Every musician would like to play as a soloist with the orchestra, and there is repertory for double bass and orchestra, like the concert of Hoffmeister (composer to whom Mozart dedicated a Quartet) and those of Sperger. There is also a big repertory for Viennese bass, a kind of big violone tuned in thirds and in fourth and in Italy the concerts for double bass by Dragonetti and Bottesini.”

How do you see yourself in 10 years? What will you be doing and where will you be living? “Of course I hope I will be still playing both in the orchestra and in chamber groups: if the perspective is that of teaching, I see myself more on the theoretical side rather than as an instrument teacher, maybe because till now I never had the chance to teach double bass. And regarding the place where to live, I don’t know: I love Italy, where I spent one year, but it’s not important where I will be living: I fell European.”

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Art bonus, è mecenatismo?

By Emilia Campagna - August 27, 2015
A un anno dalla sua emanazione, pregi e limiti dell'Art Bonus, l'incentivo fiscale che chiama a raccolta i "mecenati"

Chi si aspettava un meccanismo “all’americana” è rimasto deluso: l’Art Bonus, il provvedimento varato nel maggio 2014 che consente la detrazione dalle imposte fino al 65% in tre anni per donazioni a sostegno della cultura, a un anno dalla sua nascita mostra i limiti di una concezione burocratica che ha dato finora meno frutti del previsto.

Eppure il sito creato ad hoc annunciava a una “Chiamata alle arti: Mecenati di oggi per l’Italia di domani” invitando calorosamente: “Diventa mecenate anche tu“. E il Ministro Dario Franceschini, rivolgendosi agli imprenditori, aveva tuonato: “Non avete più alibi”. Ma già il 10 novembre 2014 il Sole 24 Ore sulla scorta di una proiezione realizzata da Confcultura titolava “Art bonus, quello sconto piccolo piccolo” e sottolineava come per il momento l’appello non avesse avuto grandi riscontri, “complice la macchinosità dell’agevolazione e il suo scarso appeal soprattutto nei confronti delle aziende: per ottenere uno sconto di 50mila euro, spalmabile in tre anni, occorre avere ricavi per 10 milioni. Lo dimostrano le elaborazioni predisposte da Confcultura, l’associazione degli operatori privati dei beni culturali, che mettono invece in luce una maggiore convenienza per le persone fisiche, il cosiddetto micromecenatismo. Sulla fredda risposta dei mecenati può pesare il fatto che la novità debba ancora essere metabolizzata, così come non aiutano i tempi di magra che il Paese attraversa. A una lettura attenta delle regole dell’art-bonus, però, ci si accorge anche che il meccanismo dell’incentivo è meno seducente di quanto sia stato annunciato, soprattutto per quegli imprenditori chiamati a raccolta da Franceschini.”

Un altro limite del provvedimento, da più parti evidenziato, è di essere indirizzato ai soli beni pubblici, escludendo di fatto i beni e le attività di natura privatistica: iniziative private nella proprietà, eppur sempre di interesse pubblico, in quanto protagoniste attive del panorama culturale. Traducendo, se pensavate di usare l’Art Bonus per sostenere Theresia, siete fuori strada, non si può fare.

In ambito musicale il decreto menziona infatti espressamente le Fondazioni Lirico-sinfoniche e i Conservatori di Musica come enti che possono beneficiare di donazioni nell’ambito dell’Art Bonus, ma dimentica totalmente anche quelle Associazioni musicali, tra cui moltissime orchestre, che per la loro attività, generalmente senza fini di lucro, svolgono un effettivo servizio pubblico. E dal momento che l’Art Bonus si fonda in parte sull’idea del crowdfunding, in molti hanno deplorato il fatto che non lo si potesse estendere alle Associazioni, come altre forme di finanziamento, dai contributi alla scelta del 5 per mille. Lo ha sottolineato Barbara Boganini, Sovrintendente della Camerata Strumentale Città di Prato, sul Giornale delle Fondazioni: “Da un Art Bonus che si apre al crowdfunding volendo anche favorire le piccole donazioni, avremmo atteso come opportuno l’inserimento tra i beneficiari delle Istituzioni e Associazioni musicali che trarrebbero così reale sostegno alle proprie attività, a partire dai territori a cui appartengono.”

Del resto ad un attenta lettura del decreto appare evidente che le arti performative (concerti, teatro, ecc) sono escluse, salvo interventi di restauro e di potenziamento delle attività di Fondazioni lirico-sinfoniche o Conservatori: l’incentivo fiscale riguarda infatti “Interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici, interventi per il sostegno degli istituti e dei luoghi della cultura di appartenenza pubblica e interventi per la realizzazione di nuove strutture, il restauro e il potenziamento di quelle esistenti delle fondazioni lirico-sinfoniche o di enti o istituzioni pubbliche che, senza scopo di lucro, svolgono esclusivamente attività nello spettacolo”.

I risultati, nelle varie città, sono stati tra i più diversi: se a Firenze su sono raggiunti i 18 milioni di euro di donazioni per interventi nel campo artistico e architettonico, a Torino è flop, come riportato a luglio sulla Stampa: tra le istituzioni musicali il Teatro dell’Opera di Roma ambisce a 37 milioni di Euro per “generico sostegno” e ne ha raccolto 500.000; la Fondazione Teatro Comunale di Bologna raccoglie 123.000 Euro sui 3 milioni previsti per il Sostegno alle attività per la Stagione d’Opera Balletto e Sinfonica dell’anno 2015; la Fenice, invece, è ancora ferma al palo. Salutato come positivo perchè rappresenta un primo concreto passo nella costruzione di un rapporto organico tra privati e cultura, l’Art Bonus ha ancora molta strada da fare: e con l’Art Bonus la mentalità generale e il senso civico. E forse bisognerebbe fare un po’ di distinzioni tra crowdfunding (sostenere un’iniziativa donando una certa somma sulla base di un appello per un progetto specifico), e vero mecenatismo (aderire pienamente a un’idea e sostenerla in prima persona, nel tempo).

Meet Theresia: Adrien Alix

By Emilia Campagna - August 24, 2015
Il più giovane dell’orchestra è anche quello che suona lo strumento più grande: e potremmo dire che sta letteramente alla base dell’armonia di Theresia, visto che suona il contrabbasso. Adrien Alix, 21 anni, è con Theresia dal maggio 2014: “Ho fatto le audizioni nel 2014: avevo saputo di Theresia da Klaudia Matlak, che avevo incontrato […]

Il più giovane dell’orchestra è anche quello che suona lo strumento più grande: e potremmo dire che sta letteramente alla base dell’armonia di Theresia, visto che suona il contrabbasso. Adrien Alix, 21 anni, è con Theresia dal maggio 2014: “Ho fatto le audizioni nel 2014: avevo saputo di Theresia da Klaudia Matlak, che avevo incontrato a Strasburgo e che aveva appena suonato con l’orchestra nelle Finali del Premio Bonporti. Mi aveva raccontato del concorso, del progetto rivolto ai giovani, dell’orchestra: e ho deciso di tentare.”

In questi anni accanto al perfezionamento nel suo strumento Adrien ha deciso di approfondire anche la dimensione musicologica: “Sono iscritto all’Università di Musicologia a Parigi ed ho appena finito un anno di Erasmus a Bologna. Lo studio della musicologia mi dà la possibilità di una riflessione stilistica sulla musica che faccio, e spero di poter continuare su entrambi i fronti, quello dello strumento e quello dello studio teorico.”

Com’è stato l’anno di studio a Bologna e cosa ti aspetta adesso? “Studiare a Bologna mi è piaciuto molto, anche la città è molto bella e piena di studenti; ho approfondito temi legati alla musica rinascimentale e ora completerò una tesina su Adriano Banchieri. Poi riprenderò le lezioni universitarie a Parigi, ma inizierò anche il biennio di contrabbasso storico.”

La tua scelta di studiare contrabbasso storico è univoca? O ti capita anche di suonare “moderno” o addirittura altri generi? Spesso i contrabbassisti si dedicano al jazz: “Il contrabbasso storico è il mio strumento, assieme al violone. Però mi capita anche di suonare in ensemble o orchestre moderne, cambiando le corde e l’arco; e occasionalmente suono in piccoli gruppi jazz: ma questo lo faccio per gioco, per divertirmi. Comunque il concetto di strumento antico è molto vasto: a parte la vastità del repertorio considerato generalmente “antico”, che va dal ‘500 alla fine del ‘700, a me è capitato di eseguire, con ensemble che usavano strumenti originali, anche Mahler e addirittura Stravinsky.”

Paliamo del lavoro in orchestra: siete un gruppo di musicisti di diversa provenienza che si trovano a studiare assieme per una settimana prima dei concerti: ci sono delle differenze di approccio? “Ognuno ha le sue caratteristiche naturalmente, ma il gruppo è molto unito e ci si “incastra” bene anche perchè composto di musicisti molto bravi: per me i migliori sono i fiati.”

Hai lavorato sia con Claudio Astronio che con Chiara Banchini: quali sono le differenze nel modo di lavorare con l’orchestra? “Claudio Astronio lavora a livello più macroscopico e Chiara Banchini più sui dettagli: credo che il motivo sia perchè Astronio è cembalista, ed ha una visione forte dell’insieme, della struttura, dell’armonia, mentre Chiara Banchini, da violinista, ha una spiccata sensibilità per le arcate, il fraseggio, la produzione del suono. In questo senso sono complementari e lavorare alternativamente con entrambi è una bella occasione per crescere. Comunque credo che in parte l’orchestra mantenga la propria identità indipendentemente dal direttore.”

Cosa ti è piaciuto suonare con Theresia e cosa ti piacerebbe entrasse in repertorio? “In quest’ultima produzione ho apprezzato molto suonare la Sinfonia di Boccherini. E mi piacerebbe che l’orchestra suonasse ancora Mozart, dopo l’esperienza dell’estate scorsa.”

Ci sono concerti solistici per contrabbasso che ti piacerebbe suonare con l’orchestra? “Ogni strumentista vorrebbe suonare da solista con l’orchestra, e repertorio per contrabbasso e orchestra ce n’è, come il concerto di Hoffmeister (compositore a cui Mozart dedicò un Quartetto) e quelli di Sperger. Poi c’è un vasto repertorio per contrabbasso viennese, una sorta di grande violone accordato per terze e per quarte e in Italia i concerti per contrabbasso di Dragonetti e Bottesini.”

Dove ti vedi tra 10 anni? Cosa farai e dove vivrai? “Naturalmente spero di continuare a suonare, sia in orchestra che in gruppi da camera: se la prospettiva sarà quella dell’insegnamento, mi vedo più sul lato teorico che come docente di strumento, forse perchè finora non mi è mai capitato di insegnare contrabbasso. E sul posto in cui vivere, non saprei: mi piace l’Italia, dove ho passato un anno, ma è indifferente: io mi sento Europeo.”

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Meet Theresia: Assen Boyadjiev

By Emilia Campagna - August 19, 2015
Incontriamo Assen Boyadjiev, protagonista al fortepiano nel Doppio Concerto di CPE Bach

Assen Boyadjiev è il secondo solista che si esibirà con Theresia: lui al fortepiano, Olga Pashchenko al clavicembalo, anche Assen è una conoscenza di Theresia, perché anche lui nel 2012 partecipò al Premio Ferrari aggiudicandosi il Secondo Premio e il Premio Speciale “Theresia” per la miglior esecuzione di un concerto di Mozart. 34 anni, è nato e cresciuto in Bulgaria, ma vive ad Hannover da quando ne aveva 18: “Mi sono trasferito ad Hannover per studiare, e a parte un’esperienza nel 2008 alla Cornwell University dove mi sono perfezionato con Malcolm Bilson, sono sempre rimasto in Germania. Anche dopo aver finito gli studi – l’ultimo diploma l’ho conseguito nel 2010 – sono restato ad Hannover, dove svolgo la mia attività di docente insegnando Prassi esecutive sulle tastiere antiche.”

Quello delle tastiere è un mondo immenso: tu ti sei specializzato in un solo ambito o hai continuato a suonare il pianoforte accanto a clavicembalo e fortepiano?

Il pianoforte moderno non l’ho abbandonato e lo suono occasionalmente in concerto: ma il mio principale interesse è il fortepiano, ovvero lo strumento antico, in cui mancano quegli accorgimenti tecnici che rendono “moderno” il pianoforte odierno. In questo senso il mio repertorio va fino a Debussy: lui suonava pianoforti Pleyel ed Erard, che non hanno le corde incrociate come gli Steinway. Sono dunque ancora fortepiani, anche se il confine è a quel punto molto sottile. E proprio esplorare questo confine è una cosa che mi appassiona molto.”

Passare dal pianoforte moderno al fortepiano è una questione di tecnica?

Non necessariamente: piuttosto, è il suono che cambia, proprio per le differenze di costruzione a cui accennavo prima: il colore è diverso, inoltre c’è una differenza nei registri che nel pianoforte moderno invece è sparita a favore di una maggiore omogeneità tra bassi e alti.”

Cosa abbiamo guadagnato e cosa abbiamo perso nel passaggio tra fortepiano e pianoforte?

La cultura e il gusto cambiano, e così le abitudini: nel Settecento la musica si faceva in piccole sale, e il volume ridotto del fortepiano non era un problema. Ma oggi le sale da concerto sono immense, e naturalmente gli organizzatori vogliono riempirle. Pensiamo alla Carnegie Hall: certo gli ascoltatori delle ultime file non potrebbero cogliere tutte le finezze del suono del fortepiano. A me piace fare questo esempio: un pianoforte moderno è come una grande berlina tedesca, perfetta per andare veloci e sicuri su un’autostrada: ma se si deve guidare nei vicoli di Palermo? Diventa ingombrante, rischiamo di graffiarla, restiamo bloccati e questo stress rovina il piacere di tutti i dettagli che ci circondano. Se andiamo a cavallo, invece, si va molto più piano ma ci si gode il viaggio. E per cambiare ancora metafora, la musica di Mozart è come l’architettura di una città settecentesca: suonarla sul pianoforte moderno significa accettare continui compromessi.”

Parliamo del Concerto di CPE Bach: l’avevi mai suonato prima?

No, e sono molto contento di questa occasione: il Doppio Concerto è stata la composizione più popolare di CPE Bach, perché è una musica speciale e spettacolare, che mette insieme i due strumenti esaltandone le caratteristiche: ci sono infatti molti passaggi nella parte di Olga in cui lo stile barocco del clavicembalo caratterizza la scrittura. Se ci scambiassimo le parti e io suonassi la sua al fortepiano, e viceversa, questo farebbe perdere il sapore speciale della musica.”

Com’è il lavoro in questi giorni con Theresia?

Mi trovo molto bene, i musicisti dell’orchestra sono molto veloci a reagire alle sollecitazioni di Chiara Banchini, che peraltro è anche molto aperta ai nostri commenti, alle nostre proposte. Credo che per l’orchestra questo concerto sia ancora più difficile che per i due solisti: certi passaggi sono perfetti per la tastiera, molto più scomodi se li si suona con il violino. Inoltre Bach chiede elettricità all’orchestra fin dalle prime note.”

English translation by: Charlotte Michi

Assen Boyadjiev is the second soloist that played with Theresia this summer: he played the fortepiano, Olga Pashchenko the harpsichord. Also Assen is an acquaintance of Theresia, he took part at the Premio Ferrari in 2012, winning the Second Place and the “Theresia” Special Price for the best performance of a concert written by Mozart. 34 years, he was born and grew up in Bulgaria but lives in Hannover since the age of 18: “I moved to Hannover to study, and except for an experience at the Cornwell University in 2008, where I specialized with Malcolm Bilson, I have always been in Germany. Even after finishing my studies – I obtained the last degree in 2010 – I remained in Hannover, where I teach performance practices on early keyboards.”

The keyboard world is immense: you have specialized in one field or you continue to play the piano beside the harpsichord and the fortepiano?

“I never abandoned the modern piano and sometimes I still play it in concert: but my primary interest is the fortepiano, the early instrument, in which all those technical features that make “modern” today’s piano are lacking. In this sense my repertoire ranges up to Debussy: he played Pleyel and Erard pianos, that have no crossed strings like Steinway. Thus they are still fortepianos, even if the boundary is very thin. Exploring this border is something that fascinates me a lot.”

To switch from the modern piano to the fortepiano is a matter of technique?

Not necessarily: it’s rather the sound that changes, due to the construction differences I mentioned before: the color is different, also there is a difference in the registers that in the modern piano disappeared for the benefit of a greater consistency between high notes and low notes.”

What have we gained and what have we lost in the transition from fortepiano to pianoforte?

“Culture and taste change, and so do habits: in the eighteenth century music was performed in small rooms, and the low volume of the fortepiano was not a problem. But today concert halls are immense, and obviously the organizers want to fill them. If we think of the Carnegie Hall: of course listeners of the last rows can not grasp the subtleties of the sound of fortepiano. I like to do this example: a modern piano is like a big red German sedan, perfect to drive fast and safe on the highway: but what if we have to drive in the alleys of Palermo? The car becomes cumbersome, the risk of scratching it is high, we get stuck and this stress ruins the pleasure of observing all the details that surround us. If we go on horseback, instead, we go slower but we enjoy the trip. To change metaphor, the music of Mozart is like the architecture of an eighteenth-century city: playing it on the piano means you have to accept continuous compromises.”

Let’s talk about CPE Bach’s Concert: have you ever played it before?

No, and I am very glad for this opportunity: the Double Concerto has been the most popular composition of CPE Bach, because it’s special and spectacular music, that puts together the two instruments highlighting their features: there are many passages in Olga’s part where the baroque style of the harpsichord features the writing. If we switched the parts and I played hers on the fortepiano, and vice versa, we would loose the special flavor of the music.”

How is it working with Theresia?

“I feel very comfortable, musicians react very fast to the solicitations of Chiara Banchini, which is very open to our comments, to our proposals. I think that this concert is even more difficult for the orchestra than for the soloists: some passages are perfect for the keyboard but much more uncomfortable if played on the violin. What is more Bach asks electricity to the orchestra from the very first notes.”