Zoroastro, come è nato il progetto

By Emilia Campagna - October 17, 2015
In una chiacchierata dietro le quinte, Alessandro Taverna racconta come è nata l’idea del progetto Zoroastro: dalla fascinazione felliniana alla passione per la musica di Rameau. Gli inserti musicali contenuti nell’intervista sono tratti da: J. P. Rameau, Zoroastre (un momento delle prove al Teatro Galli di Rimini)

In una chiacchierata dietro le quinte, Alessandro Taverna racconta come è nata l’idea del progetto Zoroastro: dalla fascinazione felliniana alla passione per la musica di Rameau.

Gli inserti musicali contenuti nell’intervista sono tratti da:
J. P. Rameau, Zoroastre (un momento delle prove al Teatro Galli di Rimini)

Galatea Ranzi, voce di Casanova

By Emilia Campagna - October 16, 2015
Non c’è solo musica nello “Zoroastro” di Gianni Di Capua: nei concerti di questa sera e domani a Rimini, e ancora di più nel film-concerto che sarà prodotto con i materiali girati in questi giorni e che verrà poi distribuito internazionalmente, ci sono sia la danza che – soprattutto – la recitazione. Le parole di […]

Non c’è solo musica nello “Zoroastro” di Gianni Di Capua: nei concerti di questa sera e domani a Rimini, e ancora di più nel film-concerto che sarà prodotto con i materiali girati in questi giorni e che verrà poi distribuito internazionalmente, ci sono sia la danza che – soprattutto – la recitazione. Le parole di Giacomo Casanova accompagnano la musica, parole tratte dalle lettere come dall’autobiografia del letterato e avventuriero veneziano: e a dare corpo a queste parole sarà l’attrive Galatea Ranzi. Una donna, e non un uomo, perchè, come spiega Gianni Di Capua nella sua intervista “non volevo che un eventuale interprete maschile fosse assimilato, anche se involontariamente, a Casanova. A contare è il testo e colui che lo interpreta. Come per un testo musicale, poco importa se il suo interprete è maschio o femmina. Poi, nel dettaglio, la scelta di Galatea Ranzi è maturata in ragione della sua grande esperienza e versatilità professionale, capace di cimentarsi su ruoli interpretativi più disparati e per certi versi audaci, una personalità in grado di esprimersi fra teatro, soap opera e cinema, un’esperienza singolare derivatagli dal durissimo tirocinio trascorso sotto la guida di Luca Ronconi. Un’attrice a proprio agio con i diversi linguaggi della recitazione era quindi l’ideale interprete di un impianto di testi casanoviani variegato, inedito e, soprattutto, distante dallo stereotipo del grande seduttore che la tradizione ha consacrato o, a seconda dei punti di vista, relegato.”

Galatea Ranzi è attrice dalla forte e plastica personalità: da quando Luca Ronconi, che era stato suo insegnante all’Accademia Silvio D’Amico e aveva diretto il suo saggio finale, L’amore allo specchio (1987), un fascinoso testo barocco secentesco di G. B. Andreini, la fece debuttare appena diplomata, nel 1988, come protagonista della Mirra di Alfieri allo Stabile di Torino, non ha mai perso l’occasione di confermare il suo straordinario talento d’attrice. Ronconi le ha sempre affidato ruoli importanti nei suoi successivi spettacoli, da Misura per misura (1988), Strano interludio (1989), Gli ultimi giorni dell’umanità (1991), Questa sera si recita a soggetto (1995), fino a Lolita (2000) e Il candelaio (2000). Ha collaborato anche con altri registi come il greco Theodoros Terzopoulos, Cesare Lievi, Massimo Castri.
Nel mondo del cinema esordisce con i fratelli Taviani con Fiorile (1993), in seguito è tornata sul set con Cristina Comencini in Va’ dove ti porta il cuore, con Tonino De Bernardi e con la regista portoghese Teresa Villaverde nel film Agua e sal continuando ad alternare il set e il teatro, fino a La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

Attrice capace di spaziare dal cinema al teatro, Gianni Di Capua l’ha voluta per questo progetto, che vede la nostra orchestra progagonista musicale sotto la direzione di Claudio Astronio. E questa sera.. “Ciak, si gira”!

Tre voci per Theresia: i solisti

By Emilia Campagna - October 14, 2015
Non c’è Zoroastro senza le voci: Theresia Youth Baroque Orchestra porta in scena una selezione dall’opera di Jean-Philippe Rameau e per la prima volta lavora con dei cantanti. Come ci ha raccontato il direttore Claudio Astronio nella sua intervista, lavorare con le voci aggiunge un tassello prezioso all’attività dell’orchestra, che finora si è dedicata principalmente […]

Non c’è Zoroastro senza le voci: Theresia Youth Baroque Orchestra porta in scena una selezione dall’opera di Jean-Philippe Rameau e per la prima volta lavora con dei cantanti. Come ci ha raccontato il direttore Claudio Astronio nella sua intervista, lavorare con le voci aggiunge un tassello prezioso all’attività dell’orchestra, che finora si è dedicata principalmente al repertorio sinfonico classico.

Ma chi sono i nostri solisti?

[row padding_top=”” padding_bottom=”” bg=”” bg_light=”true” appear=”false”] [column size=”1-3″ appear=”false”]Andrés Montilla Acurero_bn[/column] [column size=”2-3″ appear=”false”]Zoroastro sarà Andrés Montilla-Acurero, tenor/haut-contre, nato in Venezuela nel 1983. Inizia la sua educazione musicale all’età di sei anni con lo studio del violoncello e come puer cantor presso i Pueri Cantores di Maracaibo (Venezuela). Dopo aver studiato Monodia medioevale e Semiologia gregoriana, compie studi di Canto rinascimentale e barocco con Gemma Bertagnolli e Teresa Chirico presso il Conservatorio Licinio Refice di Frosinone. Allo stesso tempo, frequenta masterclasses di opera barocca con Colin Baldy e di canto madrigalistico con Alessandro Quarta. Collabora regolarmente come tenor-altus/haut-contre solista con ensembles di musica antica e come cantore presso le storiche Cappella Sistina e Cappella Giulia a Roma.[/column] [/row]

Andrés si è esibito in numerosi festival europei; al Copenhagen Renaissance Music Festival in Danimarca (2015) ha interpretato il ruolo-titolo del Persée di Lully in una rielaborazione moderna dell’opera. Ha collaborato in diverse incisioni discografiche per Deutsche Grammophon, Dynamic, Tactus e Brilliant Bottega Discantica, Armonia Universal, Melos Antiqua, e in varie trasmissioni radiofoniche per emittenti europee. Oltre agli studi musicali, Andrés è specializzato in Filosofia Sistematica e attualmente sta terminando un Dottorato di ricerca su temi di filosofia politica contemporanea presso l’Università Gregoriana di Roma.

 

[row padding_top=”” padding_bottom=”” bg=”” bg_light=”true” appear=”false”] [column size=”2-3″ appear=”false”]Il ruolo di Amélite sarà invece interpretato da Martina Tardi. Nata nel 1988 a Colleferro (Roma), inizia la sua carriera giovanissima presso il “Coro delle Voci Bianche Musica per Roma”, con il quale ha preso parte come solista a numerose rappresentazioni corali e teatrali nei maggiori teatri romani, fino ad approdare al Teatro “Le Chatelet” a Parigi, dove ha eseguito come solista l’opera di Maurice Ravel “L’Enfant et les Sortileges”. Nel 2003 entra a far parte del Coro Città di Roma e nell’Aprile 2005, selezionata dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ha partecipato all’esecuzione dell’Opera di Gustav Mahler “Das Klagende Lied” in qualità di soprano solista. [/column] [column size=”1-3″ appear=”false”]Martina Tardi (1)[/column] [/row]

Nell’estate 2010 ha partecipato al “Cantiere Internazionale d’Arte” di Montepulciano dove ha interpretato in prima assoluta l’operina inedita “In ascolto di un Re” di Stefano Taglietti. Dal 2011 fa parte del “Coro Giovanile Italiano”, con cui ha vinto nel Maggio 2014 il concorso internazionale “Florilege Vocal” di Tours (Francia). Ha studiato canto lirico, barocco e pianoforte. Ha collaborato con direttori di fama internazionale, quali Martina Batic, Roland Boer, Javier Busto, Gary Graden, Bo Holten, Urha Lah, Alessandro Cadario, Bruno Boterf, Jeffrey Tate ed Eric Whitacre. Dal 2013 intraprende attività concertistica con il quartetto vocale “La Rosa dei Venti” e con il gruppo “UT – Insieme Vocale Consonante” diretto dal M° Lorenzo Donati.

[row padding_top=”” padding_bottom=”” bg=”” bg_light=”true” appear=”false”] [column size=”1-3″ appear=”false”]olivie10[/column] [column size=”2-3″ appear=”false”]Infine, Olivier Dejean sarà Abramane: Olivier Déjean ha studiato canto lirico presso il Conservatorio di Montpellier, seguendo le lezioni di Andréa Guio, prima di perfezionarsi con Françoise Pollet presso il Conservatoire National Supérieur de Musique di Lione e di frequentare nel 2008 l’Opéra Studio dell’Opéra National du Rhin. Ha interpretato numerosi ruoli operistici, tra cui Polyphemus nell’Acis and Galatea di Haendel con il Parlement de Musique diretto da Martin Gester (al festival Génération Baroque 2011 e al Poznań Baroque Festival), Antonio nelle Nozze di Figaro di Mozart diretto da Olivier Schneebeli (al teatro di Avignone dove sarà poi spesso richiamato), l’Oratore e un soldato nel Flauto magico (al Fort du Vert-Galant di Lille), Lucifero nella Resurrezione di Haendel con La Risonanza (in chiusura del Festival di Royaumont), Angelotti e Sciarrone nella Tosca (al festival Les Nuits Musicales de Bazoches), Crespel e Lutero nei Contes d’Hoffmann di Offenbach diretta da Christopher Franklin (a Piacenza, Modena e Reggio Emilia), Bardolfo nel Falstaff di Salieri al teatro di Herblay.[/column] [/row] Vincitore di numerosi premi, tra cui il premio maschile dell’undicesimo Forum Lyrique international d’Arles (2011) e il premio “mélodie contemporaine” de Concours de Mélodie française de Toulouse insieme alla pianista Marie Duquesnois, si distingue inoltre nell’oratorio e nella melodia.

A tutti e tre va il nostro “in bocca al lupo” per stasera: l’anteprima lodigiana dello “Zoroastro” va in scena alle 21 al Teatro Verri. Il vero e proprio set cinematografico del sul quale Theresia Youth Baroque Orchestra e i suoi solisti suoneranno davanti alle telecamere del regista Gianni Di Capua sarà invece venerdì 16 e sabato 17 a Rimini, Sala Ressi del Teatro Galli, ore 21.

 

 

La nuova avventura di Theresia e Claudio Astronio

By Emilia Campagna - October 12, 2015
Su questa pagina potete ascoltare l’intervista in italiano che abbiamo fatto a Claudio Astronio nel primo giorno dello stage a Lodi, oppure leggere la traduzione in inglese. In this post you can listen to the interview with Claudio Astronio (in italian) or read it in the english version. Enjoy it! Lodi, 10th October: we are […]

Su questa pagina potete ascoltare l’intervista in italiano che abbiamo fatto a Claudio Astronio nel primo giorno dello stage a Lodi, oppure leggere la traduzione in inglese.
In this post you can listen to the interview with Claudio Astronio (in italian) or read it in the english version. Enjoy it!

Lodi, 10th October: we are meeting Claudio Astronio, permanent conductor of Theresia Youth Baroque Orchestra, in the first day of the stage in Lodi: the orchestra is studying for a very special and particular project. As a matter of fact, the orchestra is expected not only to perform a music selection from “Zoroastre” by Jean-Philippe Rameau, but mostly to perform them in a real movie set; the film sequences will merge into a “film-concerto” directed by Gianni di Capua.
First of all let’s talk about the music: “Zoroastre” is considered one of the most important works by Rameau. Can you tell us something about this opera?
“The music is enchanting and complex: this is the first opera in which Rameau goes beyond the clichés of his time. The opera is fulfilled with masonic themes, and for this reason the relationship between words and music is very particular and needs to be studied in depth, with huge focus and intensity. Obviously we will not perform the entire opera, but we tried to keep in our selection the focus on the dramaturgy, condensing into an hour of music what was needed in order to preserve the original plot.”
For the very first time Theresia will perform with singers. From your point of view, as permanent conductor of a youth orchestra, what does this represent in your work with those young musicians?
“It’s a new experience, and this is very important. As concern my musical activity I frequently work with singers, but in these years Theresia has been devoted mostly to classic symphonic repertoire. In this occasion we have a dual novelty: not only working with singers, but also working with singers in such a particular context which involves a video shooting, which requires focus also on the spectacular dimension; this represents a double challenge.”
Let’s talk about the video shooting: Gianni Di Capua, the movie’s director, in his interview explained that the concert itself will be a movie set. How does it affect your work? Do you have special recommendations for your musicians?
“From a certain point of view it does change the work we are doing. Music doesn’t change, of course, and we are going to perform it to the best of our possibilities, with or without the cameras. But it is obvious that certain details – that in concert nobody sees and nobody looks at – become poignant and significant: I’m thinking, for example, about the act of turning pages, or putting down the bow; moving, but also staying still takes on a relevance that it normally doesn’t have. In orchestra some musicians do not have to play in one o more pieces: the will have to be very self controlled while they are not performing, while in normal concerts those would be relaxing moments.”
In your opinion how are Theresia musicians facing this particular perspective?
“Very well. They are all very interested and thrilled. I think that the most challenging thing is actually the music itself. In certain points this music has a high level of complexity, mostly due to time changes and to difficulties related to aleatory and almost improvisational dimension. In two days, as we meet the singers, we’ll understand if much more work has to be done.”
You have been permanent conductor of Theresia Youth Baroque Orchestra since 2012, when it was founded. In balance, which are the things you are more satisfied of, and which are the tasks you would like to work on in the next future?
I can say only positive things about Theresia: the project started on the right foot and has been getting better in these years. Quality (good from the beginning) is increasing: in these two years I have been working both with musicians which have done almost all the productions, both with “new” ones and I realized that from one time to another the work done together has not been lost: new components become part of our world, our way of making music, with no difficulties. For those reasons I’m absolutely happy of these years and I hope things continue going on like that. From a personal point of view, when I’m not conducting Theresia my work is devoted mainly to early music; with this orchestra I had the chance to perform music I had not played before, like symphonies and other orchestral works by Joseph Martin Kraus, whose music is marvelous and rarely performed, and at the limit with respect to the historically informed performance practice: it’s a field I like to explore, probably because “Sturm und drang” is in my comfort zone, I really love it.”

 

[row padding_top=”” padding_bottom=”” bg=”” bg_light=”true” appear=”false”] [column size=”1-2″ appear=”false”]Gli inserti musicali contenuti dell’intervista sono tratti da:
J. P. Rameau, Zoroastre (un momento delle prove)
J. M. Kraus, Sinfonia VB 141 – Terzo movimento (dal cd “Live in Bolzano”)
[/column] [column size=”1-2″ appear=”false”]The musical clips you can hear during the interview come from:
J. P. Rameau, Zoroastre (rehearsals)
J. M. Kraus, Symphony VB 141 – Third movement (from the cd “Live in Bolzano”)

[/column] [/row]

Progetto Zoroastro, la mappa delle passioni

By Emilia Campagna - October 9, 2015
Tra Casanova, Rameau e Fellini: le istruzioni per un viaggio nelle passioni, tra musica, arte, mito e filosofia nelle parole di Alessandro Taverna

Più che un concerto, più che una rappresentazione: “Zoroastre” è un progetto che va oltre le definizioni e non si fa ingabbiare in un’etichetta. Diventerà un “film-concerto” con la regia di Gianni Di Capua – che ci ha raccontato la sua visione nell’intervista pubblicata sul nostro blog –, e a noi piace pensarlo come un viaggio in molte dimensioni (quella del tempo, della letteratura, dell’arte) che, come nel gioco di unire i puntini, svela connessioni e passioni sconosciute.

Nelle parole di Alessandro Taverna, curatore del progetto, si parte da Giacomo Casanova. La musica che suonerà Theresia è del francese Jean-Philippe Rameau, il soggetto è Zoroastro, i testi di Cahusac: ma il letterato veneziano è una pedina importante nel gioco delle parti. Casanova arrivò a Parigi nel 1750, già preceduto dalla nomea di seduttore senza scrupoli, ed attento ad “offrire ogni volta un’immagine con cui presentare se stesso che non corrisponda a quella precedente. Casanova è già in procinto di toccare tutte le forme del sapere del suo tempo accingendosi ad essere romanziere, saggista traduttore. A Parigi si preoccupa di perfezionare la conoscenza della lingua francese, così da non smentire l’aura cosmopolita.” Nella sua prima esperienza nel mondo del teatro parigino Casanova, quasi per un paradosso, assiste alle “Fêtes vénitiennes” di André Campra: “Arrivato a Parigi Casanova fa il suo ingresso all’Opéra e appena si alza il sipario si ritrova a Venezia. Stupore dell’avventuriero ancora poco più che trentenne che si sorprende a contemplare le scenografie delle Fêtes vénitiennes di André Campra e a ritrovare dipinte ‘la piazzetta San Marco vista dall’isoletta di San Giorgio.’ Salvo indignarsi quando si accorge che lo scenografo ha invertito la disposizione del Palazzo Ducale e del grande campanile rispetto alla realtà.” Molti anni dopo, Casanova scriverà proprio in francese la propria autobiografia, l’Histoire de ma vie, che ci permette di seguire le tracce dei suoi viaggi e di conoscere dettagli preziosi di quegli anni parigini, anche se tutto “è un miraggio dipinto che si dispiega mentre lui è già altrove, nel vortice di sensazioni offerte da Parigi. Casanova non si cura di trattenere il nome del maestro di musica autore delle Fêtes vénitiennes. André Campra sfugge alle pagine delle memorie, che non trattengono nemmeno il nome di Jean Philippe Rameu”.

Jean-Philippe Rameau è, ovviamente, un altro elemento fondamentale del nostro viaggio, del viaggio di Theresia dentro la musica di Zoroastro: per dare un ritratto del compositore, Alessandro Taverna cita Diderot: “In quell’ineffabile capolavoro che è ‘Le Neveu de Rameu’ è il celebre filosofo a schizzare con inchiostro indelebile un ritratto di Jean Philippe Rameau: ‘Quel celebre musicista che ci ha affrancati dal canto da chiesa di Lully che noi salmodiavamo da oltre un secolo e che nei suoi scritti ha esposto tante visioni incomprensibili e verità apocalittiche sulla musica, di cui né lui né nessun altro ha mai capito nulla e del quale ancora restano un numero di opere che contengono armonie, spunti di canto, idee scucite, fracasso, voli, trionfi, lanci, glorie, mormorii, vittorie mozzafiato, arie di danza che rimarranno eterne…’” Rameau, ovvero l’eccezionalità di un compositore che trascorre i primi quarant’anni della sua vita lontano da qualsiasi eccezionalità.” Effettivamente Rameau non conoscerà il successo se non dopo i cinquant’anni, quando si dedicherà finalmente al teatro musicale dopo anni di pratica e scrittura organistica.

E infine, la passione del Mito: Zoroastro. Nella prefazione al libretto Louis de Cahusac scrive: “Non vi è alcuno nell’antichità di cui gli autori abbino tanto scritto e le nazioni raccontate tante favole. Non si accordarono però né su il tempo né su il luogo della di lui nascita e si ebbe poco men d’incertezza de paesi nei quali visse e dove morì”. Voltaire alla voce Zoroastre del suo Dictionnaire philosophique contribuisce ad accrescere lo smarrimento: “I persiani di oggi lo chiamano Zerdust o Zerrdast o Zaradast o Zarathrust. Non sembra sia stato il primo nome Zoroastre. Si narra di due altri Zoroastri di cui il primo è vecchio di novemila anni. Tanto per noi, molto poco per l’universo.”.

Così il mito: la musica? Per Alessandro Taverna “è difficile smarrirsi fra i cinque atti della tragédie lyrique composta dal letterato francese per la musica di Rameau per essere rappresentata all’Academie Royale de Musique. Lo spazio conta quanto le parole e la musica ed è compartito tra bene e male, tra luce e ombra, tra il sole adorato da Zoroastre e le tenebre dove si trattiene il suo rivale. Il gesto innovativo riconosciuto agli autori sta nella maestria di distribuire, atto dopo atto, l’azione su una scena che è essa stessa drammaturgia. Male e Bene sono assi d’orientamento per le situazioni quanto l’alto e il basso, la luce e il buio. In una tragédie lyrique fondata su un mondo di opposizioni che è parte dello zoroastrismo, la scena è disegnata su queste opposizioni elementari replicate dalle coppie di protagonisti in scena.”Lo Zoroastro di Rameau andò in scena il 5 dicembre 1749, con le scene del venziano Pietro Algieri e una novità che destò stupore: “In sala subito si diffonde lo stupore. Per la prima volta gli spettatori si sono ritrovati a sipario levato sull’azione, senza dover varcare la soglia di un prologo. Con un gesto clamoroso, l’ouverture assorbe la funzione del vecchio attrezzo consueto al teatro musicale secentesco con personificazioni e allegorie in carne e ossa. Stavolta c’è soltanto la musica a diffondere idee di luce e di ombra, a corrente alternata. Per tanti, come d’Alembert, Zoroastre è già l’opera più bella di Rameau. ‘In Zoroastre la potenza della Magia è svelata, ammirate l’energia della Musica’!” Ma l’opera di Rameau era troppo nuova, troppo carica di una magnifica diversità per non generare anche riprovazione nel pubblico più ampio: e anche qua, è la passione che muove tutto. Parigi non parla altro che dello Zoroastro, e il teatro, nonostante lo sfavore di parte del pubblico, è sempre pieno.

Ed ecco che si torna a Casanova: sua è la versione italiana del libretto, quando l’opera viene ripresa a Dresda nel febbraio del 1751: “A Dresda Casanova ritrova tutte le scene dello spettacolo di Parigi, la musica di un altro compositore e la madre, a servizio nel corpo di ballo dell’Opera. A misurare gli effetti del gesto dell’avventuriero tocca dar ragione a Michel Delon: ‘Don Juan conquiert. Casanova est conquis’. Casanova che un giorno ancora lontano procurerà una variante al libretto del Don Giovanni mozartiano, stavolta si è lasciato conquistare da Zoroastre.”

L’ultima tappa è la più vicina a noi: il tassello che completa la visione di Alessandro Taverna è Federico Fellini, quel Fellini che nel “suo” Casanova “presenta la propria visione sul mondo dell’opera. Una ribalta teatrale occupata da uno stuolo di cantanti vestiti con i costumi che si porterebbe ad associare ad un’opera barocca. Cimieri, pennacchi, armature con cui vestire un’umanità di cavalieri che spesso nascondono figure femminili. Un’Arcadia sospesa ad Ariosto – grande passione si Casanova – o a Tasso – dove il gioco delle ambiguità sessuali si fa più pericoloso – o a Metastasio – di cui le immagini che accompagnano le edizioni delle sue tragedie per musica richiamano irresistibilmente la fauna canora assiepata da Fellini alla ribalta di questo teatro settecentesco affollato di spettatori fra i quali si riconosce, in platea anche Giacomo Casanova.” Sono proprio le scene di Zoroastre a figurare nella pellicola felliniana, e con loro la musica di Rameau, legate indissolubilmente alla figura di Casanova. Ed è come un cerchio che si chiude, nella città del Maestro del cinema italiano, Rimini.

La mappa è tracciata, i giochi sono pronti: non resta che tuffarsi nello Zoroastro, prima con i concerti di Theresia Youth Baroque Orchestra diretta da Claudio Astronio, poi con il film-concerto di Di Capua che suggellerà il viaggio nelle passioni.

Et voilà le génie:
Jean Philippe Rameau

By Emilia Campagna - October 5, 2015
Rameau, or the complexity of the genius

What is genius? And what in particular is “the French musical genius”? According to Claude Debussy it is “clarity, elegance and simple and natural declamation: french music above all wants to give pleasure.” It’s not unlike that Debussy was thinking about Rameau while saying this words: in fact Debussy absolutely adored Rameau, and felt he represented the French tradition at its peak. He loved Rameau’s “delicate and charming tenderness… without that German affectation of profundity, without the need to underline or explain everything”. According to Debussy “the huge Rameau’s contribution was being able to discover the “sensitivity in the harmony”; he could sort out some colours, some shades which earlier composers just had a faint idea of”. And we know how strong was this admiration also because Debussy himself wrote an immortal piano piece devoted to Rameau: “Hommage a Rameau”, from Images first book.

Debussy used to complain about the general ingnorance of Rameau’s music, as well as of other French Baroque composers: “Why so much lack of interest for our great Rameau? For Destouchs, which is almost unknown? For Couperin, poet of the harpsichord? This disregard is shameful, because it lets other countries – so proud of thier glories – think that we do not care ours.” At the time of Debussy, it was usual to complain that French composers were understimated: it was one aspect of nationalistic ideas, but sure with a part of truth, especially in the knowledge of baroque and classic composers. As a matter of fact, we had to wait till the 80s of 20th century for a complete rediscovery of Rameau’s music – and not only Rameau’s – thanks to musical philology, performances on early instruments and passionate researches by musicians fond of baroque music.

At a first glance modern listeners, even if they love Rameau, may disagree with Debussy’s words about clarity, elegance and simpleness: as Ivan Hewett writes on The Telegraph “for many Rameau is the opposite of natural, clear and charming. He embodies the strangeness of the French mid-18th century aristocratic culture that nurtured him. For exotic extravagance and studied formality this has probably never been equalled. Rameau’s melodies can seem like a room at Versailles, so encrusted with ornamental curlicues and flourishes that you lose sight of what’s underneath.”

Nowadays we admire Rameau as a genius for the complexity of his musical identity: Rameau’s music is characterised by the exceptional technical knowledge of a composer who wanted above all to be renowned as a theorist of the art. Nevertheless, it is not solely addressed to the intelligence, and Rameau himself claimed, “I try to conceal art with art.” The paradox of this music was that it was new, using techniques never known before, but it took place within the framework of old-fashioned forms. Rameau appeared revolutionary to the Lullyistes, disturbed by the complex harmony of his music; and reactionary to the “philosophes,” who only paid attention to its content and who either would not or could not listen to the sound it made. The incomprehension he received from his contemporaries stopped Rameau from repeating such daring experiments as the second Trio des Parques in Hippolyte et Aricie, which he was forced to remove after a handful of performances because the singers had been either unable or unwilling to render it correctly.

Throughout his life, music was his consuming passion. It occupied his entire thinking; Philippe Beaussant calls him a monomaniac. It was said “His heart and soul were in his harpsichord; once he had shut its lid, there was no one home.” The details of Rameau’s life are generally obscure, especially concerning his first forty years, before he moved to Paris for good. Born in 1683, he was a secretive man, and even his wife knew nothing of his early life, which explains the scarcity of biographical information available. One can’t believe that it was not until he was approaching 50 that Rameau decided to embark on the operatic career on which his fame as a composer mainly rests. He lived with his wife and two of his children in his large suite of rooms in Rue des Bons-Enfants, which he would leave every day, lost in thought, to take a solitary walk in the nearby gardens of the Palais-Royal or the Tuileries. Sometimes he would meet the young writer Chabanon, who noted some of Rameau’s disillusioned confidential remarks: “Day by day, I’m acquiring more good taste, but I no longer have any genius” and “The imagination is worn out in my old head; it’s not wise at this age wanting to practise arts that are nothing but imagination.” In spite of this discouragement, Rameau pursued his activities as a theorist and composer until his death (1764), leaving us the legacy of one of the most impressive musical heritages.

Theresia Youth Baroque Orchestra will perform excerpts from Rameau’s “Zoroaster” in the next concerts, on 14th October in Lodi and on 16th and 17th October in Rimini. Find out more informations here.

Di cosa parliamo quando parliamo di mecenatismo

By Emilia Campagna - October 3, 2015
Una riflessione sul termine, mai così di moda, di "mecenate"

Il mecenatismo? Non è mai andato così di moda. Fioriscono gli appelli a “diventare mecenate”: è questo lo slogan lanciato dal Ministero per i Beni Artistici in Italia in occasione del varo dell’Art Bonus, e il termine ritorna frequentemente in campagne di crowdfunding o addirittura negli inviti ad associarsi. Ma si può diventare veramente “mecenati al costo di un aperitivo“? E il mecenatismo è sempre e solo una questione di soldi?

Alcune delle più recenti iniziative di mecenatismo culturale in Italia meritano una riflessione in tal senso. Come riportato da Dario Di Vico sull’edizione del 3 ottobre del Corriere della Sera “a Bologna si inaugura l’Opificio Golinelli, una cittadella della formazione di 9 mila metri quadri che l’industriale della farmaceutica (e filantropo) Marino Golinelli ha voluto donare alla sua città e alle giovani generazioni con l’intento esplicito di trasmettere lo spirito d’impresa e la cultura del saper fare.” E sempre a Bologna recentemente “Isabella Seragnoli ha creato lo spazio Mast dedicato alla fotografia e alla tecnologia e proprio in questi giorni di ottobre apre la Biennale di fotografia industriale.” Due investimenti dall’impegno economico rilevante, ma in cui i soldi non sono sicuramente tutto, perchè proprio per il loro ampio respiro, e lo sguardo lungo sulla formazione dei giovani, si configurano come progetti in cui le risorse non sono solo monetarie ma anche intellettuali, etiche e di passione civile: “Si tratta di iniziative molto diverse tra loro sia per l’ambito di interesse scelto sia per le motivazioni ma tutte insieme danno il senso di un movimento sviluppatosi in anni caratterizzati da un ciclo recessivo che non è riuscito evidentemente a spegnere slanci e passione civile degli imprenditori più attenti (quelli che una volta sarebbero stati definiti «illuminati)». Esperienze lontane da quelle della sponsorizzazione: se quest’ultima in fin dei conti si traduce in uno scambio, del tutto legittimo, tra sostegno economico e visibilità, il nuovo mecenate è protagonista di un proprio progetto. «Rispetto all’esperienza delle sponsorizzazioni — sintetizza Antonio Calabrò, responsabile del gruppo cultura di Confindustria — le imprese sono andate avanti. Nel pieno rispetto dell’autonomia creativa degli artisti fanno cultura innanzitutto per capire i segni del tempo, poi per rafforzare la propria identità e produrre ulteriore valore. E in questo movimento finiscono per svolgere una funzione pubblica».

Una riflessione in tal senso è quella pubblicata sul Giornale delle Fondazioni a seguito di un un tavolo di lavoro che durante il Forum dell’Arte Contemporanea Italiana ha cercato alcune risposte al tema. “Il mecenate storicamente è colui che ha la capacità di spendere nelle arti, forte di superiorità morale, educazione e conoscenza del bello, che lo rende a pieno titolo uomo “politico”. Cosa rimane di questo impianto? Chi sono i mecenati contemporanei e che ruolo hanno?” La “mappatura” emersa dal Forum disegna alcuni aspetti di come questa pratica si realizzi in un ambto così specifico come quello dell’arte contemporanea: “il mecenate contemporaneo abbraccia con uguale entusiasmo opere immateriali e performative, superando quella forma di mecenatismo che sembrava fare più rima con capitalismo dell’arte. Nel contempo, non sembra avere intenzione di influenzare la libertà dell’artista nel momento in cui l’intervento è inserito in una cornice di senso territoriale o tematica. L’elemento ancora più inedito sembra essere la comparsa – accanto ai “grandi mecenati” – di un’ondata di “mecenatismo diffuso”, potremmo dire di prossimità e senza la disponibilità di capitali ingenti.”

In conclusione, il mecenatismo è politica, nel senso più alto che questo termine può avere. I problemi maggiori però sorgono proprio nell’incontro tra pubblico e privato, nel momento in cui legislazioni e burocrazia non riescono a riconoscere il mecenatismo a meno che questo non si traduca in sostegno economico a determinati patrimoni, in particolare in Italia, in cui la paura dell’imbroglio è sempre dietro l’angolo. Eppure, i soldi non sono tutto e anche il tempo è ricchezza: e accanto al tempo,le idee e la passione: e senza queste ultime, pur con tanti soldi, Mecenate non avrebbe meritato il proprio nome.

Our places: Teatro Galli di Rimini

By Emilia Campagna - September 30, 2015
Breve storia del Teatro Galli di Rimini, nato 150 anni fa, danneggiato dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, e ora al centro di un lungo restauro che ne sta lentamente recuperando i fastosi spazi

Sarà un caso che ci troviamo spesso a suonare in posti speciali, pieni di storie e di Storia?

Nel progetto dedicato allo “Zoroastre” di Rameau, che vedrà protagonista Theresia il 16 e il 17 ottobre, la nostra orchestra si esibirà in un edificio tanto antico quanto – per altri versi – recentissimo: il Teatro Galli fu inaugurato a Rimini nel 1857, più di 150 anni fa, e Verdi lo scelse per debuttare con la sua nuova opera “Aroldo”. Chiamato inizialmente “Teatro Nuovo” e dopo un paio d’anni intitolato a Vittorio Emanuele II, nel 1947 fu dedicato al compositore locale Amintore Galli. Peccato però che, a quel punto, del teatro rimanesse ben poco: i bamboardamenti della Seconda Guerra Mondiale infatti non risparmiarono il maestoso edificio (disegnato da Luigi Poletti, architetto e ingegnere dello Stato Pontificio). Le bombe distrussero gran parte della struttura, facendo crollare interamente l’abside e la copertura, circa il 90 per cento della sala e del palcoscenico (è rimasto invece pressoché integro il foyer) e provocando gravi danni al paramento albertiano, tali da rendere necessario lo smontaggio e il rimontaggio di tutti i blocchi. Saccheggi e demolizioni successive fecero il resto (la parte danneggiata è stata usata anche come cava di materiali da costruzione).

Con i suoi mille posti a sedere il “Galli” esprimeva al meglio l’idea rivoluzionaria di teatro portata avanti da Luigi Poletti, che nelle sue realizzazioni propose una variante del teatro all’italiana, con un’impronta architettonica classica (greco-romana) e monumentale. Luigi Poletti concepì il Teatro Comunale di Rimini come tempio della musica ispirandosi alla solennità e alla sontuosità dei templi romani.

L’idea di un restauro completo dell’edificio, per decenni quasi totalmente inagibile, ha cominciato a farsi strada una decina di anni fa: un primo progetto della Soprintendenza Regionale per i Beni e le attività culturali dell’Emilia-Romagna, datato 2004, è stato fatto proprio nel 2010 dall’Amministrazione Comunale di Rimini: come riportato dalla stampa la stima dei costi totali dei lavori è di 30 milioni di euro. Il primo intervento è stato quello sul foyer (“Sala Ressi”), già parzialmente ristrutturato tra il 1997 e il 2001: un lavoro durato cinque anni e terminato da poche settimane. L’inaugurazione ufficiale del Foyer del Teatro Galli è infatti avvenuta il 18 settembre, con una rievocazione al pianoforte della prima opera rappresentata nel Teatro riminese, l’Aroldo di Verdi.
Il doppio concerto di Theresia sarà dunque una delle prime manifestazioni ospitate da questo spazio storico restituito alla città, un’emozione per noi e per il pubblico che si aggiunge a quanto di nuovo ed eccitante ci aspetta con il progetto Zoroastro.

Nella gallery fotografica del Resto del Carlino, “Il Teatro Galli tra passato e futuro”

Is the first carbon-free orchestra ready to go?

By Emilia Campagna - September 29, 2015
The unusual task of the finnish Lahti Symphony Orchestra is on the starting blocks

Is music the only mission of a symphony orchestra? Someone thinks it isn’t, and that something ethical can be made besides performing. Watching us around we came across an orchestra that has given itself a very ambitious goal. We are talking about Lahti Symphony Orchestra and his idea of becoming the first carbon-free orchestra in the world.

As a matter of fact, to mark Sibelius’s 150th anniversary year the Lahti Symphony Orchestra has initiated a project – a contribution to the efforts to reduce the pace of global climate change – by gradually making the orchestra’s activities carbon-neutral. Behind the project is Myrskyvaroitus – Storm Warning ry, and the project is being carried out in collaboration with the Lahti-based Environmental Technology unit of the Lappeenranta University of Technology (LUT).

The Lahti Symphony Orchestra is taking the lead as an environmentally responsible artistic organization by adopting carbon neutrality as one of its operational objectives. The orchestra’s general manager Teemu Kirjonen sees the orchestra’s climate project as a natural part of the City of Lahti’s environmental strategy, according to which the city is committed to halving per capita greenhouse gas emissions by 2025, compared to 1990 levels. The Lahti Symphony Orchestra’s musicians and administrative staff have been involved in making the decision to launch the project, and in associated brainstorming activities.

During the first phase of the project, the orchestra’s carbon footprint will be calculated. This calculation is based on a life-cycle assessment, a diploma thesis by the LUT student Pilvi Virolainen. This is undertaken under the guidance of the postdoctoral researcher Ville Uusitalo and supervised by Professor Lassi Linnanen. The work will be completed by the end of November and its primary aims are to identify the orchestra’s principal sources of greenhouse gas emissions, to examine how these could be reduced or compensated for, and to explore the orchestra’s potential to influence its partners to reduce their carbon footprint. In accordance with the results of this research, the orchestra’s activities will be designed to cause minimum damage to the environment.

The body behind the project, Myrskyvaroitus – Storm Warning ry, is an organization established in 2013 that actively seeks partners in the areas of culture and the arts in its work to combat climate change. The Carbon-Free Lahti Symphony Orchestra project is promoted by founder members of Storm Warning ry, the communication and event specialist Hannele Eklund M. Phil. and the energy expert Dr Jouni Keronen.

“The Carbon-Free Lahti Symphony Orchestra is a unique, pioneering undertaking which” they hope “will encourage other artistic institutions to participate in the reduction of greenhouse gases. The goal of the next phase of this ongoing project is the adoption of a climate pledge that establishes greenhouse gas emissions reduction targets on the basis of the above-mentioned thesis.”

A string quartet made up of members of the Lahti Symphony Orchestra has performed a Sibelius jubilee year programme at the Road to Paris seminar in Helsinki on 25th September 2015, an event organized by the Ministry of the Environment, prior to the UN Climate Change Conference in Paris.

Zoroastre, who was he?

By Emilia Campagna - September 25, 2015
A brief look on the myth of the poet and founder of Zoroastrianism

Zoroastre, who was he? On the music hand, “Zoroastre” (Zoroaster) is an opera by Jean-Philippe Rameau, first performed on 5 December 1749 by the Opéra in the first Salle du Palais-Royal in Paris. The libretto is by Louis de Cahusac. Zoroastre was the fourth of Rameau’s tragédies en musique to be staged and the last to appear during the composer’s own lifetime. Audiences gave the original version a lukewarm reception, so Rameau and his librettist thoroughly reworked the opera for a revival which took place at the Opéra on 19 January 1756. This time the work was a great success and this is the version generally heard today.
The opera included some important innovations: it was the first major French opera to dispense with an allegorical prologue and its subject matter was not drawn from the Classical mythology of Greece and Rome, as was usual, but from Persian religion. There was good reason for this. As Graham Sadler writes, the opera is “a thinly disguised portrayal of Freemasonry”. Cahusac, the librettist, was a leading French Mason and many of his works celebrate the ideals of the Enlightenment, including Zoroastre. The historical Zoroaster was highly regarded in Masonic circles and the parallels are obvious between Rameau’s opera and an even more famous Masonic allegory, Mozart’s The Magic Flute (1791), with its initiation rites conducted under the auspices of the wise “Sarastro”.

And what about the real Zoroastre? As a matter of fact, Zoroastre, (which original name was Zarathustra), was a poet and founder of the Zoroastrianism, an ancient monotheistic religion. He was born in Persia (which is now Iran) and the date of his birth is unknown, with disparate hypotheses: classical writers such as Plutarch and Diogenes proposed dates prior to 6000 BCE. Dates proposed in scholarly literature diverge widely, between the 18th and the 6th centuries BCE; according to other sources he lived between 1800 and 1100 BCE. He spent his life in a region between current Afghanistan and Pakistan. He wrote a large number of texts, all af them collected in “The Avesta”: beneath all, “The Gathas” are 17 hymns which are considered the most sacred texts of the Zoroastrian faith.

In the Gathas, Zoroaster describes the human condition as a mental struggle between truth (which is called aša) and lie (druj). The cardinal concept of aša — which is highly nuanced and only vaguely translatable — is at the foundation of all Zoroastrian doctrine: so, aša is also the God Ahura Mazda, the creation, the existence and the condition for free will. The purpose of humankind, like that of all other creation, is to sustain aša. For humankind, this occurs through active participation in life and the exercise of constructive thoughts, words and deeds.

Zoroaster emphasized the freedom of the individual to choose right or wrong and individual responsibility for one’s deeds. This personal choice to accept aša or arta (the divine order), and shun druj (ignorance and chaos) is one’s own decision and not a dictate of Ahura Mazda. For Zarathustra, by thinking good thoughts, saying good words, and doing good deeds (e.g. assisting the needy or doing good works) we increase this divine force aša or arta in the world and in ourselves, celebrate the divine order, and we come a step closer on the everlasting road to being one with the Creator. Thus, we are not the slaves or servants of Ahura Mazda, but we can make a personal choice to be his co-workers, thereby refreshing the world and ourselves.

Zoroastrianism kept going to be trusted through centuries, being an influencial philosophy: many elements entered the West through their influence on Judaism and Middle Platonism and have been identified as one of the key early events in the development of philosophy. Among the classic Greek philosophers, Heraclitus is often referred to as inspired by Zoroaster’s thinking. Nietzsche himself was inspired by Zoroastrianism when he wrote his masterwork “Also spracht Zarathustra”.

The religion nowadays is a positive, life-affirming one, which demands not so much belief: it’s rather an ethic of personal responsibility, preaching harmony between man and nature, and respect for all of Creation. The number of Zoroastrians in the world today is about 200,000, with the highest concentrations in the ‘homelands’ of Iran (24,000 – 90,000) and India (70,000).